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Non serve un bonus cultura, se la scuola non educa alla cultura!

18appAlcuni giorni fa Alex Corlazzoli, maestro, giornalista e amico del Msac, ha scritto sul bonus cultura per i diciottenni definendolo un flop, e riportando anche una dichiarazione di Gioele in merito. Riccardo Luna, direttore di AGI, ha ripreso l’articolo di Corlazzoli, chiedendosi perché il bonus cultura non funzioni. Ecco la risposta che gli ha scritto il Segretario nazionale, a nome del Movimento.

Gentile Riccardo Luna,

la ringrazio per il suo articolo sul bonus cultura, che permette di aprire un dibattito costruttivo. Con questa lettera colgo l’occasione per sviluppare in modo più approfondito le idee del Movimento Studenti di Azione Cattolica, rispetto alla rapida intervista da lei citata.

Nella sua riflessione, lei si chiedeva: “Perché gli studenti non spendono in cultura anche quando è gratis?”. A nostro parere, il bonus cultura non funziona perché non è lo strumento giusto per rispondere ai bisogni attuali degli studenti. Ci sembra evidente che esiste un problema culturale profondo, un disinteresse diffuso verso tutto ciò che è cultura (arte, musica, lettura, teatro…). Ma la cultura si educa a scuola, e la scuola italiana oggi – dopo anni di tagli nel settore dell’istruzione – non è all’altezza di questo compito. Non si può contare solo sulla buona volontà dei pur tanti innovatori e “pionieri”, che con grande impegno riescono a lavorare bene anche in contesti difficili: c’è bisogno di una visione sistematica e condivisa.

La legge 107 ha segnato un’inversione di tendenza negli investimenti, ma ha speso male troppe risorse. Ci riferiamo proprio ai “bonus” che puntano al consumo da parte dei singoli senza curare il processo formativo nel suo insieme. Bonus che creano competizione tra docenti, invece di stimolare la cooperazione (pensiamo al premio per gli insegnanti meritevoli); e bonus che vengono attribuiti a studenti (la “18app”, appunto) e docenti (la “Carta del docente”) senza rinforzare la scuola come istituzione. Prendiamo i 500 Euro dati agli insegnanti: vengono davvero spesi per attività formative? Non era meglio irrobustire i corsi sulle nuove metodologie didattiche?

Siamo arrivati al punto. Si educa alla cultura con insegnanti preparati, che sappiano interessare gli studenti con modalità didattiche nuove e attrattive. Si educa alla cultura dando ai ragazzi la possibilità di vivere nel bello, a partire dagli ambienti in cui si fa scuola. Si educa alla cultura liberandoci una volta per tutte del nozionismo e mettendo le ali alla curiosità, alla creatività, alla condivisione del sapere. Invece la nostra scuola è ancora ferma a modalità per lo più frontali, a valutazioni che giudicano invece di accompagnare. Non è la scuola del piacere, spesso invece è la scuola dell’ansia.

Da questa crisi culturale usciremo solo se scommettiamo sulla scuola nel suo insieme. E il diritto allo studio, per noi, è proprio questo: mettere tutti i ragazzi in condizione di vivere pienamente l’esperienza scolastica, aiutando chi è in difficoltà a sostenere i costi dell’istruzione (in una società con 4 milioni e mezzo di persone in povertà assoluta, non sono pochi i ragazzi in queste condizioni). Serve dunque lavorare sui servizi essenziali della comunità scolastica, prima che offrire potere d’acquisto ai singoli individui. Noi del Movimento Studenti di Azione Cattolica ci crediamo ancora. Sappiamo di non essere i soli. Ma la politica da che parte sta?

Gioele Anni, Segretario nazionale del Movimento Studenti di Azione Cattolica (Msac)

Buona scuola, al via il secondo tempo

Carissime msacchine e carissimi msacchini di tutta Italia,
torniamo in campo con aggiornamenti più che urgenti e interessanti per le nostre scuole!
Il 14 gennaio il Consiglio dei Ministri ha approvato le prime bozze di testi delle deleghe della Buona Scuola, che ora vanno in Parlamento per il parere delle commissioni Istruzione di Camera e Senato e per gli altri passaggi prima dell’approvazione definitiva in Consiglio dei Ministri, prevista per fine marzo.Nel frattempo la Ministra Fedeli sta per avviare un giro di incontri con tutti i rappresentanti del mondo della scuola (genitori, insegnanti, dirigenti e studenti.. tra cui le Consulte Provinciali e il Forum delle associazioni studentesche di cui il MSAC fa parte) per raccogliere pareri e proposte per migliorare i decreti legislativi. E noi vogliamo esserci per portare il pensiero elaborato dal MSAC in questi anni, per arricchire i testi delle deleghe con il frutto delle assemblee scolastiche, degli incontri pomeridiani e del pensiero sulla scuola che caratterizza i nostri incontri nazionali.
Delle otto deleghe in discussione:

– accesso alla professione docente

– scuole all’estero

– promozione dell cultura umanistica

– sistema 0-6 anni

inclusione dei disabili

valutazione

diritto allo studio

istruzione professionale

abbiamo scelto le ultime quattro, che sono quelle che ci riguardano più da vicino, per preparare 4 veloci schede di lettura che pubblichiamo in questa pagina! Le schede possono essere utili per capire le novità delle deleghe e per poterci confrontare con i nostri compagni di classe!

Che cosa ne pensate della nuova maturità? Sarebbe meglio mantenere la tesina? E i nuovi istituti professionali vi sembrano interessanti? Quali spese vorreste che fossero coperte dalla Carta dello Studente? Su questi e tanti altri temi, aspettiamo  di sapere cosa ne pensate!

Non sono in realtà tematiche nuove per le associazioni studentesche, infatti ci siamo già espressi più volte per esempio sul tema del diritto allo studio, chiedendo di sopperire al più presto alle disuguaglianze tra le regioni d’Italia, con un fondo perequativo nazionale che potesse garantire delle prestazioni minime adeguate alle esigenze delle studentesse e degli studenti. Abbiamo anche più volte espresso il parere delle msacchine e degli msacchini sull’esame di maturità chiedendo un peso maggiore al percorso di studi precedente all’esame e che la prova INVALSI non venisse utilizzata per valutare i singoli studenti. Queste e molte altre proposte sono riassunte, in un’ulteriore breve scheda a vostra disposizione sul sito.
Ma in vista dell’incontro con la Ministra ancora di più siamo desiderosi di sapere cosa ne pensate sui testi approvati in Consiglio dei Ministri. Quindi lasciateci pure qualche commento o inviateci le vostre impressioni, così che la prossima settimana al MIUR porteremo anche il vostro parere!

Nei prossimi giorni sapremmo darvi delle tempistiche più precise per gli incontri al Ministero e con le commissioni parlamentari, quindi stay tuned!Intanto per ogni suggerimento o chiarimento potete scrivere al nostro Andrea, delegato al MIUR, ( mail andreafacciolo3@gmail.com) e soprattutto potete lasciarci un commento!
W il Movimento!

 

Lezioni sospese per neve

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* di Luigi Gisolfi, msacchino di San Severo e Rappresentante di Consulta

La foto parla da sé: il mercurio sale poco nei termometri delle scuole italiane.
Gli studenti, vuoi che siano al bar, vuoi che siano lì per cercare un dialogo con le istituzioni, vuoi che rimangano a casa nei loro letti, lasciano i banchi vuoti.
È la situazione di un’Italia che non sa far fronte al problema del “freddo”.
Freddo, sì.
Perché, se in un edificio pubblico, nel nostro caso la scuola, non si raggiunge la benedetta soglia stabilita dall’articolo 4 del DPR 412/93, tutti gli studenti hanno il diritto di dire che fa freddo.

I presidi e gli insegnanti si schierano da tutte le parti: la spaccatura è evidente, la soluzione no.
Il problema persiste anche tra i sindaci: la situazione sta sfuggendo di mano.
Alcune scuole chiudono, altre lasciano i battenti aperti.

Tutti si domandano cosa farà l’Italia.
Molto probabilmente non lo sa neanche lo Stato.
È interessante, a questo proposito, dare un’occhiata a due situazioni verificatesi: la prima, di qualche giorno fa, andata in onda a Striscia la Notizia; la seconda, di circa un anno fa, su “La Repubblica” riguardante l’Emilia Romagna.

A questo punto ci sarà chi leggerà l’evento drasticamente, descrivendolo come l’inevitabile conseguenza del male che l’uomo sta causando al pianeta.
Ci sarà chi non farà altro che pensare agli sprechi dei due casi sopracitati.
Ci sarà chi si affiderà al “buon senso” e deciderà arbitrariamente se chiudere o meno questo o quell’altro edificio pubblico.
Ci sarà chi si informerà, e cercherà una soluzione che probabilmente non arriverà mai.
Noi, nel frattempo, ci impegniamo a guardare con oggettività la situazione di queste prime settimane del 2017 e ci chiediamo: cosa servirebbe? Degli emendamenti, in modo che le leggi si adeguino alla situazione italiana? Oppure basterebbero solo più controlli, manutenzioni, insistenza e coerenza?
Questo non siamo ancora riusciti a capirlo bene.
E il perché lo sappiamo tutti: questo non è il quadro di una scuola, ma il grande affresco italiano, la foto chiaramente sfocata di un’Italia che risulta troppo flessibile, troppo attaccata al “buon senso”;
un’Italia che possiede leggi e che non sa metterle in pratica;
un’Italia che non sa cosa fare al minimo stravolgimento dell’ordinario.
A noi tutti, ed in primis ai giovani, serve un’Italia che si spenda.
Un’Italia che non faccia utopiche le leggi e non spacci irregolarità per buon senso.

Anche questa volta ha perso la bella Italia.
Anche oggi abbiamo perso.
Anche oggi ha vinto la legge, ma trasgredendo se stessa.
Anche questa volta, in Italia, non ha vinto nessuno.

Però noi continuiamo a giocare.
Si sa mai.

Noi continuiamo a giocare, sì, continuiamo… perché quando nelle nostre scuole, nelle nostre università si formano studenti e giovani che non si fermano all’apparenza dei problemi ma sono capaci di capirne le cause e le possibili soluzioni (che tante volte passano dalle piccole azioni quotidiane), allora significa che ha vinto la bella Italia e che le cose possono ancora cambiare. Sta a noi conoscere le leggi, applicarle e combattere, con i mezzi che abbiamo a disposizione, quelli previsti dal nostro Ordinamento, perché esse siano realmente efficaci o vengano migliorate. Le prime armi a nostra disposizione: informarsi, partecipare ed essere propositivi.

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Cos’è una “crisi di governo”?

*di Andrea Facciolo

Cosa succede quando si verifica una “crisi di governo”?

Ecco un elenco dei vari passaggi che il nostro Paese sta vivendo in questi giorni delicati.

Una lettura semplice, per capire meglio e magari correggere chi, senza rendersi conto, dice qualche inesattezza…

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La valutazione dei Dirigenti scolastici

Novità in arrivo per i Dirigenti scolastici, ovvero i “Presidi” delle nostre scuole.
Dal prossimo anno scolastico è introdotto un nuovo processo di valutazione che li riguarda.
Di che cosa si tratta? Ce lo spiega il nostro referente al MIUR Andrea, con le sue utilissime infografiche!
[PS: clicca sulle slide per vederle ingrandite]

 

BREXIT: Restare o non restare, questo è il problema…

Brevi considerazioni su “Brexit”
a cura di Monica Del Vecchio (Dottore di ricerca in Diritto Internazionale e dell’Unione Europea) 

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Cos’è
Brexit (Britain + Exit) è l’espressione con cui si definisce il possibile ritiro volontario del Regno Unito (Gran Bretagna e Irlanda del Nord) dall’Unione Europea. La questione è molto attuale, poiché il prossimo 23 giugno 2016 i cittadini britannici e nordirlandesi saranno chiamati a esprimersi in un referendum e a scegliere se continuare a rimanere nell’Unione, come vorrebbe il fronte del REMAIN, oppure lasciarla, come sostiene il fronte opposto del LEAVE.

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David Cameron

Il referendum del 23 giugno è stato promosso dall’attuale Premier David Cameron, leader del partito Conservatore (Tory), il quale ha fatto del Brexit un punto chiave dell’ultima campagna elettorale, che ha portato alla sua riconferma come Primo Ministro. Formalmente il referendum ha carattere consultivo, cioè non obbliga il Parlamento inglese ad adottare una legge che sia conforme al risultato elettorale; difficilmente, però, si potrà non tenere conto della volontà degli elettori, soprattutto se la maggioranza si dovesse esprimere per l’uscita dall’UE.

Il recesso dall’Unione Europea

I Trattati istitutivi dell’UE ammettono la possibilità che uno Stato membro decida di ritirarsi volontariamente dall’Unione Europea (art. 50 Trattato UE): tecnicamente si parla di “recesso”. Il recesso non può essere, ovviamente, immediato: è prevista infatti una fase transitoria, durante la quale si svolgono apposite trattative tra lo Stato e l’Unione.

La posizione “speciale” del Regno Unito.
Sin dalla sua adesione all’allora Comunità Economica Europea, avvenuta nel 1973 dopo un lungo negoziato, il Regno Unito ha mantenuto, in un certo senso, uno status particolare, che proviamo a riassumere schematicamente.

  • Il Paese non aderisce all’Euro: non è dunque vincolato alla politica monetaria determinata dalla Banca Centrale Europea, che invece vincola i 19 Stati membri della cosiddetta “Eurozona”.
  • Schengen. Il Regno Unito non ha aderito all’Accordo di Schengen, il trattato internazionale del 1985 che ha abolito le frontiere tra gli Stati firmatari e che nel 1999 è divenuto parte integrante del diritto UE. Regno Unito e Irlanda, dunque, mantengono i controlli.
  • Spazio di libertà, sicurezza e giustizia. Il Regno Unito ha chiesto e ottenuto una partecipazione parziale, attraverso un sistema di deroghe: ha facoltà di opt-in, cioè può scegliere di volta in volta se partecipare all’adozione di una norma in questo ambito, o di applicarla se già adottata; ha facoltà di opt-out, cioè può decidere di non partecipare all’applicazione di una norma già adottata.
  • Carta dei diritti fondamentali. Con il Trattato di Lisbona, la Carta è diventata giuridicamente vincolante per gli Stati membri dell’UE, al pari dei trattati. Tuttavia, un apposito protocollo voluto proprio da Regno Unito e Polonia ne chiarisce l’ambito di applicazione, limitando in un certo senso il controllo della Corte di giustizia dell’UE sulla conformità delle leggi dei due Paesi rispetto alla Carta.

Brexit image 53830895_sLe possibili conseguenze di Brexit.
Diciamolo subito: non è possibile prevedere fino in fondo le conseguenze dell’eventuale vittoria del fronte del leave, dal momento che, come abbiamo detto, il ritiro del Regno Unito dall’Unione Europea sarebbe preceduto da due anni di negoziati. Tutto, dunque, dipenderebbe dall’esito di queste trattative.

Tuttavia, tra i tanti scenari possibili, proviamo a formulare molto sinteticamente alcune considerazioni.

Le conseguenze economico-finanziarie. A riguardo, ci sono opinioni discordanti: nessuno sa davvero con certezza come reagiranno le borse e i mercati di fronte alla decisione del Regno Unito di ritirarsi dall’Unione. Le variabili in gioco sono tante e il loro andamento non è sempre prevedibile. C’è chi ipotizza un rallentamento della crescita economica in tutta l’UE, c’è chi afferma che il rallentamento riguarderà solo l’economia britannica che si troverà isolata. C’è chi intravede uno shock finanziario e un forte aumento dei prezzi (inflazione), c’è invece chi sostiene che la sterlina “assorbirà il colpo”, che arriverà a una sostanziale parità con l’euro – oggi una sterlina vale circa 1,30 euro – e che questa sarà da stimolo per le esportazioni.
Davanti a uno scenario così complesso, ci limitiamo a considerare alcuni dati di fatto. Al bilancio dell’Unione Europea verrebbe a mancare l’apporto della quota britannica, che dovrà essere dunque redistribuita tra gli altri Stati membri. Londra, però, non beneficerà più dei fondi europei e dell’accesso ai mercati degli altri Paesi UE, perdendo così opportunità commerciali e di investimento che allo stato attuale risultano essere determinanti per l’economia nazionale (il Regno Unito è un grande fornitore di servizi a tutti gli altri Paesi europei). In breve, Brexit significa perdere i benefici derivanti dalla partecipazione al mercato unico europeo.

Logo-7-1263x560Il mercato unico. L’uscita dall’UE comporterebbe l’automatico abbandono del mercato unico, cioè lo spazio interno all’UE in cui i fattori produttivi (merci, servizi, lavoratori e capitali) si “muovono” liberamente, senza barriere commerciali o restrizioni tecnico-giuridiche. A rigor di logica, quindi, una volta fuori dal mercato unico, alle merci inglesi tornerebbero ad applicarsi i dazi doganali (tasse che colpiscono le merci alla frontiera) e ai prestatori di servizi non si applicherebbe più la disciplina europea, che protegge da ogni discriminazione basata sulla nazionalità (principio della parità di trattamento). Verrebbero dunque meno le condizioni favorevoli di cui il Regno Unito, come tutti gli altri Membri dell’Unione, hanno beneficiato fino a ora.
Due strade eviterebbero questo “isolamento”. Il Regno Unito potrebbe tornare a far parte dell’Area Economica Europea, di cui fanno parte Islanda, Norvegia e Lichtenstein, oppure negoziare un accordo di libero scambio con l’Unione, come ha fatto la Svizzera (tutti e quattro i Paesi extra-UE sono membri, tra l’altro, dell’EFTA, l’Associazione europea di libero scambio, di cui ha fatto parte anche il Regno Unito, prima della sua adesione all’UE). E’ ragionevole ipotizzare che Londra scelga una di queste due strade e, contrariamente a quanto attualmente sostenuto dal Premier Cameron, eviti di rimanere fuori dal mercato unico.

tronger_In_Europe_campaign_office-large_trans++gsaO8O78rhmZrDxTlQBjdEbgHFEZVI1Pljic_pW9c90La mobilità dei lavoratori e degli studenti. Fra gli aspetti di Brexit che suscitano maggiore preoccupazione vi è la questione della mobilità dei lavoratori e degli studenti verso il Regno Unito, tra le mete privilegiate anche dagli italiani. Entrambe le categorie citate godono della libertà di circolazione e di soggiorno nell’UE: ogni cittadino europeo può viaggiare liberamente e può decidere di trasferirsi in un altro Stato membro dell’Unione per lavorare (o anche solo per cercare un lavoro), per studiare o, semplicemente, per … cambiare vita (ad alcune condizioni).
Il ritiro dall’UE comporta la perdita di questi benefici, sebbene, come detto più volte, non immediatamente. Ragionevolmente, il Regno Unito negozierà con l’Unione nuove regole di permanenza sul proprio territorio, soprattutto per i cittadini stranieri giù presenti e regolarmente stabiliti. Sarebbe opportuno, tuttavia, che le trattative del periodo transitorio fossero orientate anche a mantenere il mercato del lavoro inglese aperto e accessibile a tutti i lavoratori europei.
Sarà interessante capire cosa farà Londra rispetto a Erasmus+, il programma europeo che ha consentito a milioni di studenti di tutta Europa di svolgere un’esperienza di studio all’estero. Fuori dall’UE, senza il sostegno dei fondi Erasmus+, la mobilità studentesca verso il Regno Unito diventerebbe dal punto di vista economico più costosa e molto più complicata dal punto di vista burocratico. Anche in questo caso, tuttavia, il Paese potrebbe negoziare un accordo speciale, garantendo una qualche forma di contropartita.

101117085_Two-activists-with-the-EU-flag-and-Union-Jack-painted-on-their-faces-kiss-each-other-in-fr-largeOsservazioni finali. Al di là dell’eventuale “effetto domino” che potrebbe suscitare – c’è già chi parla di Nexit (Netherland + exit), cioè l’uscita dei Paesi Bassi dall’UE – Brexit segnerebbe davvero una svolta epocale.
Il Regno Unito abbandonerebbe il più evoluto tra tutti i progetti di integrazione fra Stati che la storia abbia conosciuto. Una realtà come l’Unione Europea ha indubbiamente i suoi costi, ma ha anche vantaggi economici, giuridici e sociali che non hanno mai avuto pari. Settant’anni in cui sono stati costruiti più diritti, più opportunità. Settant’anni in cui il tenore di vita generale dei cittadini europei è cresciuto.
Queste non sono opinioni, ma dati di fatto. Su cui speriamo che i cittadini del Regno Unito che giovedì andranno a votare possano riflettere. E riflettere bene.

 

 

 

Palermo chiama Italia – MSAC risponde: Presente!

* di Antonella Saracino, incaricata regionale Msac Puglia

Il 23 maggio 2016 è stato commemorato il XXIV Anniversario delle stragi di Capaci e via d’Amelio, in cui persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e i loro agenti di scorta.

La Fondazione Falcone, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, ha voluto ricordare tutte le vittime innocenti di mafia che hanno dato con sacrificio la loro vita, per costruire una società migliore fondata sulla legalità, sulla giustizia e sul bene comune, promuovendo la ricostruzione del Maxiprocesso attraverso il racconto e le testimonianze di chi quei momenti li ha vissuti.

Il MSAC, insieme a Federazione degli Studenti, Unione degli Studenti, Movimento Studenti Cattolici e Studi Centro, ha preso parte all’evento “Palermo chiama Italia”, per dare voce all’energia e all’impegno di tutti gli studenti d’Italia che hanno raggiunto Palermo e hanno camminato per le vie del coraggio e della memoria sulle note di “Pensa” di Fabrizio Moro. Studenti che hanno rinnovato il proprio impegno a conoscere, a ragionare e pensare con la propria testa, per essere ogni giorno testimoni di legalità.

Tantissimi sono stati gli ospiti, dal Presidente del Senato, Pietro Grasso al Ministro della giustizia, Andrea Orlando, che hanno piantato un seme di speranza nell’Aula Bunker dell’Ucciardone di Palermo, luogo simbolo di tutta la società che ieri come oggi vuole dire “no” alle mafie.

La scuola ha da sempre un compito centrale nel contrasto delle mafie, educando i ragazzi al rispetto delle leggi e delle regole sociali. Un compito che non va assolutamente trascurato, messo da parte o dimenticato.

È importante inoltre che il ricordo non sia fine a se stesso, ma che sia ogni giorno stimolo alla riflessione, a partire dai semplici contesti di vita quotidiana, verso la legalità, perché “ognuno può fare la sua parte, per grande o piccola che sia” (Giovanni Falcone). Siamo convinti, come associazione studentesca e come cittadini di un’unica comunità, che oggi, solo attraverso l’educazione alla legalità e ai diritti umani si possano diffondere i valori dell’etica morale, della libertà, della partecipazione attiva e responsabile e della democrazia nelle generazioni future.

A voi, studenti di ogni ordine e grado, vogliamo lasciare un prezioso messaggio che viene dal giudice Antonio Caponnetto durante un importante convegno: “Ragazzi, godetevi la vita, innamoratevi, siate felici e diventate partigiani di questa nuova Resistenza, la Resistenza dei valori, la Resistenza degli ideali. Non abbiate mai paura di pensare, di denunciare e di agire da uomini liberi e consapevoli. State attenti, siate vigili, siate sentinelle di voi stessi! L’avvenire è nelle vostre mani. Ricordatelo sempre!”.

Il ruolo degli studenti nella valutazione dei prof

*a cura della Task Force Rappresentanza del Msac

In questo anno scolastico, con l’attuazione della legge 107 del 2015 (la famosa “Buona scuola”), all’interno delle nostre scuole entra in gioco un nuovo organo collegiale: il Comitato per la valutazione dei docenti.

 

Il Comitato è composto da tre insegnanti (uno nominato dal Consiglio di Istituto e due dal collegio dei docenti); da uno studente e da un genitore (entrambi nominati dal Consiglio di Istituto); e da un componente esterno appartenente all’Ufficio scolastico regionale, oltre che naturalmente dal Dirigente scolastico (che presiede il Comitato).

 

Il Comitato ha l’onore e l’onere di stabilire con quali criteri il preside dovrà attribuire un premio ai docenti che si sono distinti all’interno della scuola. Ovvero:

  • il Comitato per la valutazione stabilisce dei criteri di valutazione dei prof.
  • il preside, in base a quei criteri, decide quali prof. premiare.

La decisione finale sui premi, insomma, spetta al preside. Nonostante ciò, il Comitato ha un ruolo molto importante, dovendo stabilire i criteri; esso ha altresì il compito di esprimere un parere riguardo al superamento del periodo di prova dei docenti neo-immessi; ma la componente studentesca non partecipa ai lavori del Comitato su questa tematica.

 

Per quanto riguarda la vera e propria valutazione dei docenti, comunque, gli studenti sono veri protagonisti e tali dobbiamo ritenerci! Si tratta di una responsabilità importante. Non solo perché, in base a questa valutazione, qualche prof. riceverà un premio (e dunque guadagnerà qualche soldino in più). È in gioco una domanda semplice ma fondamentale: quando un prof. si distingue, ed è abbastanza “bravo” da meritarsi un premio? Insomma, che cosa vuol dire essere un “bravo” insegnante?

 

Proponiamo alcune riflessioni, su cui ci piacerebbe discutere con tutti gli studenti e anche con i nostri insegnanti!

 

  1. Il lavoro di una classe non dipende da un solo insegnante, e non possono neanche esser presi in considerazione solo i risultati degli studenti (i nostri voti) per capire la qualità del processo educativo. Per questo crediamo che i risultati di una classe dovrebbe esser valutati in relazione al lavoro dell’intero consiglio di classe, ovvero la comunità dei docenti che vivono le loro giornate di fronte ma soprattutto in mezzo a ciascuno di noi studenti, cercando di donarci ciò che di più caro loro hanno, la loro conoscenza, senza chiederci niente in cambio, in completa gratuità.

 

  1. All’interno del Comitato per la valutazione dei docenti vi è uno studente nominato dal consiglio di istituto, incaricato a rappresentare i propri studenti. Questa espressione è di per se già un po’ contraddittoria perché non si può esser “nominati” o “incaricati” a “rappresentare” un gruppo di persone; ma per rappresentare è necessaria una azione democratica della parte rappresentata, in questo caso noi studenti!

Le elezione del rappresentante degli studenti al comitato per la valutazione ci sembra l’idea più giusta, l’idea sulla quale si deve basare ogni tipo di rappresentanza, e questo non solo per quanto riguarda la componente studentesca ma anche quella dei genitori e dei docenti.

  1. Per quanto riguarda i criteri da tenere in considerazione per la valutazione dei docenti, la legge 107 del 2015 definisce alcuni parametri generali, ma non è molto chiara su come effettivamente e realmente valutare i docenti. Nelle indicazioni fornite sono segnalate:

 

  1. a) la qualità dell’insegnamento;
  2. b) il contributo per il miglioramento dell’istituzione scolastica;
  3. c) il successo formativo e scolastico degli studenti;
  4. d) i risultati ottenuti dal docente in relazione al potenziamento delle tecnologie e metodologie,
  5. e) la collaborazione alla ricerca didattica, alla documentazione e alla diffusione di buone pratiche didattiche;
  6. f) le responsabilità assunte nel coordinamento organizzativo e didattico e nella formazione del personale

 

In virtù della partecipazione studentesca viene chiaro pensare che una delle cose migliori da fare sia chiedere un parere agli studenti che quotidianamente vivono, ascoltano e seguono i loro docenti e che conosco alla fine il valore di ogni docente. L’idea di un questionario consultivo sui docenti completamente anonimo da far compilare ai ragazzi può esser un importante modo e strumento che il Comitato può utilizzare riguardo a diversi ambiti: la didattica, la relazione docente–studente, l’interesse nel discutere di attualità e anche altri parametri che crediamo siano fondamentali per la valutazione di un docente e che è importante non sottovalutare.

 

In conclusione, un’ultima considerazione. Con la legge 107, la valutazione nella scuola non è più solo univoca, ma è diventata biunivoca: è certamente un inizio e c’è molto su cui possiamo migliorare ma abbiamo il diritto e il dovere di non sottovalutare questa nuova realtà, volta a creare processi che possano portare a un miglioramento della nostra scuola, affinché ciascun abitante di questa realtà possa prendere a cuore ogni persona che ci è vicino e partecipare alla sua vita avendo uno scambio reciproco in piena gratuità e con la piena voglia di donarsi e di crescere insieme.

 

Ricapitolando quando detto le nostre proposte riguardanti il comitato di valutazione per docenti sono le seguenti:

 

  • preferire una valutazione di gruppo dei docenti, piuttosto che una valutazione del singolo;

 

  • far sì che i rappresentanti delle componenti scolastiche siano frutto di azioni democratiche come il voto

 

  • promuovere questionari anonimi compilati dagli studenti, che possano esser utilizzati dal Comitato per la valutazione come strumenti.