Archivio mensile:agosto 2008

5 in condotta per il metodo

COMUNICATO STAMPA

Gli studenti dell’Azione Cattolica Italiana apprendono la notizia che in queste ore è in discussione presso il Consiglio dei Ministri un decreto legge in materia di istruzione che di fatto accoglie parte delle proposte avanzate dal ministro Maria Stella Gelmini attraverso il ddl presentato l’1 agosto 2008.
Apprezziamo l’impegno del Ministro a porre i temi dell’istruzione all’attenzione del Governo e quindi del Paese, perché, come ha detto Benedetto XVI «aumenta oggi la domanda di un’educazione che sia davvero tale. La chiedono i genitori, preoccupati e spesso angosciati per il futuro dei propri figli; la chiedono tanti insegnanti, che vivono la triste esperienza del degrado delle loro scuole; la chiede la società nel suo complesso, che vede messe in dubbio le basi stesse della convivenza; la chiedono nel loro intimo gli stessi ragazzi e giovani, che non vogliono essere lasciati soli di fronte alle sfide della vita».

Prima di pronunciarci quindi riguardo al merito dei provvedimenti previsti nello schema di decreto-legge, sentiamo di dovere avanzare le nostre osservazioni anzitutto riguardo al metodo.

Ci stupisce la scelta dello strumento del Decreto Legge al fine di introdurre questi provvedimenti, in contrasto con quanto annunciato dal ministro meno di un mese fa, quando queste nuove norme ci sono state indicate come gli elementi fondanti di un Disegno di Legge in materia scolastica.
Il nostro rammarico sta soprattutto nel fatto che pensiamo che la scelta del legiferare mediante decretazione d’urgenza sacrifichi il dibattito in sede parlamentare e nei luoghi istituzionali di confronto tra il Ministero e i rappresentanti degli studenti, dei docenti e dei genitori, quale ad esempio è il Forum delle Associazioni Studentesche.

Riguardo alla reintroduzione del voto di condotta, da una parte condividiamo l’esigenza che il percorso formativo dello studente venga valutato integralmente e non soltanto riguardo ai “contenuti e competenze”, dall’altro ci rammarica profondamente il fatto che in questo modo si cancelli in modo così rapido un articolo fondamentale dello Statuto delle Studentesse e degli Studenti, frutto di un lungo percorso di dialogo e concertazione tra associazioni studentesche e ministero.
Raccomandiamo quindi che si proceda ad una regolamentazione prudente della materia in esame, al fine di evitare gli abusi in cui inevitabilmente potrebbero incorrere le singole istituzioni scolastiche e i singoli collegi dei docenti nell’utilizzo della nuova normativa.

Accogliamo infine con favore l’istituzione della materia “Cittadinanza e Costituzione”, ma con dispiacere notiamo come rispetto al ddl del 1 agosto non sia più previsto un monte ore autonomo e che la nuova materia debba “farsi spazio” negli insegnamenti delle aree “storico-geografiche” e “storico-sociali” in cui essa è inserita. Temiamo che questa scelta abbia come possibile conseguenza la riproposizione di quanto già avviene nel caso dell’educazione civica, materia già presente nei licei e istituti di formazione, ma il cui insegnamento viene spesso fagocitato da parte delle cattedre a cui viene affidata.

Nella speranza di un maggior coinvolgimento nelle scelte operate dal Ministero, cominciamo l’anno scolastico rinnovando al ministro Maria Stella Gelmini la nostra piena disponibilità al confronto e alla collaborazione.

Roma, 28 agosto 2008

Il ddl del 1 agosto diventa decreto

Ha cambiato idea il Consiglio dei MInistri che il 1 agosto aveva presentato in forma di disegno di legge il progetto di alcune importanti modifiche in campo di istruzione e università. Disegno di legge significa dare la possibilità al parlamento di pronunciarsi su di esso, attraverso il normale iter legislativo della discussione presso Camera e Senato. Trasformando invece il ddl in decreto, il governo rende immediatamente operative le disposizioni in esso contenute, mentre è previsto un iter abbreviato per la trasformazione del decreto in legge attraverso la ratifica del parlamento. Non verrà quindi discusso in parlamento la reintroduzione del voto in condotta, che diventa legge dal momento della pubblicazione del dl sulla Gazzetta Ufficiale. Ma non sono solo queste le novità previste dall’imminente decreto-legge (se vuoi visionarne il testo, clicca qui)

  • “Cittadinanza e Costituzione”. Viene confermata dunque l’introduzione di questa “nuova” materia, come già previsto nel disegno di legge. Ma rispetto al ddl, che prevedeva un monte ore dedicato di 33 ore, la “nuova” materia utilizzerà gli spazi del monte ore degli studi “storico geografici e storico sociali”. Significa che non vengono introdotte ore in più, dedicate specificatamente alla nuova materia, ma quest’ultima dovrà “farsi spazio” all’interno dei vincoli orari previsti per le altre materie.  Praticamente come se non “la” vecchia Educazione Civica. Scompare inoltre la previsione di un “programma ministeriale” previsto per la nuova materia a livello centrale. Centralizzazione che contraddiceva i più elementari principi dell’autonomia scolastica.
  • Voto in condotta. Il voto c’è e sarà espresso in giudizi per il primo ciclo e in decimi per il secondo. Concorrerà alla valutazione finale e “nei casi più gravi” potrà compromettere l’ammissione all’anno successivo o all’esame finale o portare alla riduzione del credito scolastico per l’esame di stato fino ad un massimo di 5 punti
  • Formazione primaria. Mentre le SSIS sono sospese (le scuole di specializzazione per l’insegnamento nelle scuole superiori) viene ratificato, come previsto nel ddl, il valore della laurea in scienze della formazione come direttamente abilitante all’insegnamento primario e nella scuola dell’infanzia. Si verifica così un’asimmetria nel reclutamento dei docenti rispetto ai due cicli. Il secondo ciclo con abilitazione bloccata (e potremmo dire “aggravata” da lungo itinerario SSIS, graduatorie a doppio canale ecc..) e il primo con abilitazione diretta

il 28 agosto si riunirà il Consiglio dei Ministri a cui verrà sottoposta l’approvazione dello schema del decreto legge

Dibattito tra le pagine del Corriere

In questi giorni è in corso un acceso dibattito tra le pagine di opinione del “Corriere della Sera”. Per primo ha cominciato Ernesto Galli Della Loggia con un editoriale sulla crisi dell’istituzione scolastica, a suo parere confermato proprio dal netto taglio di fondi previsto nella nuova finanziaria. Il 22 agosto hanno risposto alle provocazioni di Galli Della Loggia il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini e il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Vi proponiamo qui gli articoli, cominciando da quello della Gelmini. Che ne pensate?

QUARANT’ANNI DA SMANTELLARE

di Maria Stella Gelmini

Caro direttore

Giusto e ingeneroso. Così mi appare l’editoriale di ieri di Ernesto Galli della Loggia sulla scuola italiana e la sua crisi. Giusto nell’analisi sulla condizione della scuola di oggi, nel cogliere la sua «perdita di senso». Dal 1968 a oggi la scuola è diventata quello che non può e non deve essere: un ammortizzatore sociale, una macchina erogatrice di stipendi — per giunta inadeguati — per gli insegnanti. Una tipografia di diplomi — inutili e inutilizzabili — per gli studenti. Un mostro burocratico produttore di normative e circolari che si contraddicono l’una con l’altra. In quarant’anni di ideologia «politicamente corretta», di dominio ideologico della sinistra, la scuola è diventato tutto questo e ha perso il senso della sua missione: la formazione culturale e professionale dei giovani e, insieme, la costruzione del futuro di una nazione.
Galli della Loggia è però ingeneroso quando accusa il governo di considerare la scuola niente più che un inutile costo da tagliare.
Da quando ho assunto la responsabilità di ministro ho avanzato alcune proposte per cambiare uno stato di cose non più tollerabile. Voglio ricordarne alcune. Voto di condotta, divisa scolastica, insegnamento dell’educazione civica, ritorno al maestro unico, rilancio degli istituti tecnici e della formazione professionale. Autorevolezza, autorità, gerarchia, insegnamento, studio, fatica, merito. Sono queste le parole chiave della scuola che vogliamo ricostruire, smantellando quella costruzione ideologica fatta di vuoto pedagogismo che dal 1968 ha infettato come un virus la scuola italiana. Idee che anche il ministro Tremonti ha esposto in una recente intervista.
Tutto questo passa per un’ indispensabile e difficile ristrutturazione della scuola, di cui il governo, e in particolare chi scrive, si sono assunti la responsabilità. Ho condiviso finalità e misure della manovra economica del governo per i prossimi tre anni, oggi legge dello Stato; quella manovra prevede di ridurre il numero degli insegnanti e del personale ausiliario di meno del 10% entro il 2011. In un Paese che ha oggi il più elevato numero di addetti della scuola — ben un milione e 300mila — in rapporto al numero degli studenti, è la prima cosa da fare per riorganizzare la scuola. Non possiamo pensare di cambiare fino a quando ci rassegneremo all’idea che il 97% delle risorse destinate alla scuola serve a pagare stipendi bassi e appiattiti. Inoltre abbiamo introdotto un principio nuovo e virtuoso: un terzo dei risparmi sarà destinato a investimenti per migliorare la scuola, per cominciare a spargere i semi del merito e dare un senso alla parola autonomia.
Sta in queste considerazioni la nostra visione di una scuola che riconquisti il senso della sua missione, che restituisca al futuro la parola speranza, che rimetta al centro il merito e la responsabilità. Nella mia audizione alle commissioni parlamentari ho parlato della necessità di tornare alla «quarta I» di italiano, intesa come letteratura, storia, tradizione, cultura. Noi vogliamo una scuola che insegni a leggere, scrivere e far di conto. Una scuola in cui si torni a leggere I Promessi Sposi e dove non si dica più che lo studente dovrà «padroneggiare gli strumenti espressivi ed argomentativi indispensabili per gestire l’interazione comunicativa verbale in vari contesti».
Ringrazio Galli della Loggia per avermi riconosciuto buona volontà, e nel ringraziarlo gli chiedo di riconoscere a me, a tutto il governo e alla maggioranza una visione, una cultura, un’idea dell’Italia e del suo futuro, e, insieme, un progetto per la scuola italiana. Un progetto che, non mi stancherò mai di ripeterlo, è aperto a tutti i contributi e vorrei vedesse tutti i protagonisti della scuola — studenti, insegnanti, famiglie — consapevoli del fatto che è impossibile difendere lo status quo e partecipi di un corale impegno, un impegno nazionale, per restituire alla scuola il senso della sua missione.

“Corriere della sera” 22 agosto 2008

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IL PASSATO E IL BUON SENSO

di Giulio Tremonti

Caro direttore, ho letto con molto interesse l’articolo di Ernesto Galli della Loggia sulla scuola.
Nell’articolo l’autore sostiene — tra l’altro — che sarebbero stati «impunemente tagliati i fondi destinati alla istruzione» perché non si sa «a che cosa questa scuola può davvero servire ». Non è così. Nei primi sei mesi del 2008 il prodotto interno lordo italiano è sceso verso lo zero, mentre il deficit pubblico è salito verso il 3%. Dato questo, non c’erano e non ci sono alternative alla scelta di ridurre la spesa pubblica. Tutte le voci di spesa pubblica sono in sé meritevoli: la sanità, le pensioni, l’assistenza sociale, i lavori pubblici, la sicurezza, la difesa, l’istruzione ecc., ma l’interesse generale non è la somma impossibile degli interessi particolari. La novità della Finanziaria per il 2009-2011 non sta comunque tanto nel fatto
che le voci di spesa sono ridotte in assoluto, quanto nel fatto che ogni ministro può fare, all’interno del suo bilancio, la sua finanziaria, finanziando o definanziando le voci di spesa che considera più meritevoli. E’ così anche per la scuola. Per inciso: sulla scuola i cosiddetti tagli sono solo l’allineamento progressivo agli standard europei.
Per la verità, l’intervento di Galli della Loggia va oltre la questione dei tagli perché vede nella scuola italiana l’emblema dell’incertezza che in negativo caratterizza il tempo presente. E’ così. Ma non è così solo in Italia e non è irrilevante rispetto a questa incertezza il fatto che tutte le ideologie introdotte dal ‘900, tanto quelle fondamentali — il socialismo, il fascismo, il comunismo — quanto quelle marginali — il nullismo del ’68 ed il mercatismo liberista — sono, al principio di questo nuovo secolo, in crisi, tutte rifiutate dai giovani che cercano altri, nuovi, diversi valori. Può essere invece il ritorno al passato e all’800, e molti segni sono in questa direzione, può essere che dall’attuale «marasma» prenda inizio un nuovo futuro.

Tornando alla scuola vorrei fare due proposte non economiche. La prima è sui voti. La seconda è sui libri.
Il ’68 ha portato via i voti sostituendoli con i giudizi. I numeri sono una cosa. I giudizi sono una cosa diversa. I numeri sono una cosa precisa, i giudizi sono spesso confusi. Ci sarà del resto una ragione perché tutti i fenomeni significativi sono misurati con i numeri. Un terremoto è misurato con i numeri della scala Mercalli o Richter. Il moto marino è misurato in base alla scala numerica della «forza», la pendenza di una parete di montagna in base ai «gradi», la temperatura del corpo umano ancora in base ai «gradi». La mente umana è semplice e risponde a stimoli semplici. I numeri sono insieme precisi e semplici. Il messaggio che trasmettono è un messaggio diretto. Se gli stessi fenomeni — terremoto, moto marino, pendenza, temperatura corporea — fossero espressi non con numeri ma attraverso frasi complesse con finalità descrittive, il messaggio resterebbe impreciso. E’ esattamente quello che accade nei due segmenti di base e perciò fondamentali della nostra scuola, quello elementare e quello medio. Qui non ci sono più i numeri perché al loro posto sono stati inventati i giudizi. Tra numeri e giudizi c’è una differenza profonda. Ogni valutazione deve mettere capo a una classifica. Questa è la logica della valutazione. Se non c’è una classifica, non c’è neanche una reale valutazione. Nella scuola inglese, ad esempio, gli studenti sono addirittura classificati in un ordine rigido. In ogni classe esiste un primo classificato, un secondo classificato e così via. Mi sembra francamente un’esagerazione. Ma non mi sembra affatto un’esagerazione tornare a dare i voti come una volta: 10, 9, 8, e cosi via, perché la verità è semplice; dare un giudizio senza una classifica significa non dare affatto un giudizio reale. Il voto non esprime un arbitrio ma al contrario obbliga l’insegnante e l’alunno ad assumersi precise responsabilità, a produrre una sintesi dei diversi materiali che stanno alla base di una valutazione di un allievo. Dove non c’è un voto, non viene fornita una reale informazione sul reale andamento scolastico dello studente, né a quest’ultimo né alla sua famiglia.

La logica del giudizio senza vincoli numerici è troppo spesso una logica dell’irresponsabilità, dell’ambiguità, del detto- non detto, dell’interpretazione casuale. I numeri possono, tra l’altro, riflettere una «media». Invece con gli aggettivi e gli avverbi di cui sono riempiti i cosiddetti giudizi si fa solo confusione. In sintesi c’è un numero da togliere e ci sono dei numeri da introdurre. Il numero da togliere è il numero 1968, sintetizzato in 68. I numeri da mettere: 10, 9, 8, 7, 6 etc. L’idea che mi pare giusta è quella di mettere al posto dei «nuovi» giudizi i «vecchi » numeri. Il giudizio può accompagnare il voto, renderlo chiaro, esplicitarlo, in una parola motivarlo. Ma non può sostituirlo. Nella loro strutturale imprecisione i giudizi da soli sono normalmente causa di confusione.
Per come sono strutturati e «bizantinati », basati su formule che tendono ad essere ipocrite, psicopedagogiche, tautologiche, caramellose, offensivo-giudiziarie o presunte tali, i giudizi sembrano fatti apposta per mandare fuori di testa i genitori o per stendere i ragazzi sul lettino dello psicanalista o per portarli tutti insieme da un avvocato che ti predispone il ricorso — quasi sempre vincente — davanti al Tar. Tutto questo mina gravemente un fondamento tradizionale della nostra società, che è quello del rapporto necessario di autorità e insieme di fiducia che ci deve essere tra l’allievo, la famiglia e l’insegnante. Si figuri poi quando gli insegnanti sono tre o quattro per ogni classe.

E poi dopo i voti i libri. Nella scuola italiana da troppo tempo (e non era così prima: è un effetto negativo della «modernità») i libri di testo cambiano con una frequenza forsennata e parossistica. Cambiano per scelta del docente, ma cambiano soprattutto perché gli editori stampano quasi ogni anno una nuova edizione di ciascun testo, in modo che quelli dell’anno precedente diventano automaticamente vecchi — fa più fino dire obsoleti — e con ciò sostanzialmente inutilizzabili. Su questa pratica si possono dire due cose essenziali: è ingiustificata; è contraria agli interessi delle famiglie.
Ingiustificata perché non vi è alcuna reale esigenza didattica per il cambio annuale dei libri di testo. Le scuole non sono dottorati di ricerca dove si è sempre sulla frontiera del cambiamento.

A livello di scuola elementare, media e superiore la matematica è quella di sempre. Quella dell’Ottocento e del Novecento. Sappiamo bene che la frontiera della scienza non è ferma, che avanza continuamente. E tuttavia sappiamo che la base necessaria e sufficiente per l’apprendimento scolastico non muta e non avanza necessariamente da un anno con l’altro. La stragrande maggioranza dei contenuti di insegnamento della matematica, della storia, della letteratura, resta stabile durante lunghi periodi di tempo. Sicuramente non cambia per periodi di cinque anni. Laddove vi sono reali cambiamenti si può prevedere che a manuali «consolidati» per cinque anni vengano aggiunte delle piccole appendici che riportino i fatti nuovi che siano davvero rilevanti o le nuove scoperte scientifiche. Solo questo tipo di manuali dovrebbe essere adottato. Certo, ci sono anche le novità nel metodo di insegnamento. Non pare che abbiano funzionato granché bene se emerge per esempio che il 60% degli alunni italiani dovrebbe essere bocciato in matematica. Se la realtà è questa vuol dire che a essere bocciati non dovrebbero essere solo gli allievi ma anche i loro professori o più in generale la scuola nel suo insieme, metodi di insegnamento «avanzati» compresi. A fare gli esami non dovrebbero essere solo gli alunni ma anche la scuola nel suo insieme. Il cambio annuale dei libri di testo è poi contrario all’interesse delle famiglie. Impedisce di passare i libri dai figli più grandi ai più piccoli, come era una volta. O di comprare i libri sul mercato dell’usato. Dopo essere stati utilizzati un anno solo, i testi diventano inutili.

Tra l’altro questa pratica disabitua gli studenti a trattare i libri con cura, a considerarli oggetti di valore e dunque degni di attenzione. I libri non possono essere un prodotto usa e getta. Nel 2004 sul Corriere ho scritto un articolo sull’«E-book». L’ obiezione che mi fu fatta era sulla sacralità del libro. Era un’ obiezione fondata.

A me sembra che quello della scuola italiana si presenti come un mondo fatto al contrario. Un mondo in cui non è la scuola a servire le famiglie, ma il «kombinata buro-scolastico» a servirsi di loro salassandole per sopravvivere esso stesso. Una volta c’era un maestro per tre classi. Adesso ci sono tre maestri per una classe. Era meglio prima o è meglio adesso? È un kombinata che si nutre con le tasse e che lavora contro la famiglia: più figli hai, più sei costretto a pagare la tassa odiosa e impropria dei libri «nuovi » che ti costano ogni anno centinaia di euro. Forse anche questa, a favore dei «vecchi» voti e contro i «nuovi» libri è una frontiera di quel cambiamento che la gente chiede. Un cambiamento che non è un salto nel vuoto, come nel ’68, ma un ritorno al passato. Al buon senso e alla logica, ai valori e alle tradizioni di un passato che deve e può tornare.

“Corriere della Sera” 22 agosto 2008

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UNA SCUOLA PER L’ITALIA. Crisi di una istituzione

di Ernesto Galli Della Loggia

Tra neppure un mese la macchina della scuola italiana ricomincerà a macinare lezioni ed esami. Una gigantesca macchina fatta di circa un milione di dipendenti, di migliaia di edifici frequentati da milioni di studenti, pronta anche quest’anno ad allestire milioni di iniziative le più varie, a sfornare tra circolari, lettere, verbali e registri, il solito astronomico numero di tonnellate di carta. Una macchina gigantesca, appunto. Ma senz’anima: che non sa perché esiste né a che cosa serva, e che proprio perciò si dibatte da decenni in una crisi senza fine. Crisi la cui gravità non è testimoniata tanto dai pessimi risultati ottenuti dagli studenti della nostra scuola nei confronti internazionali, ma da qualcosa di più profondo e di più vero. Dal fatto che essa si sente un’istituzione inutile e in realtà lo è: apparendo tale, e dunque votata ineluttabilmente al fallimento, innanzi tutto alla coscienza dei suoi insegnanti, dei migliori soprattutto. La scuola italiana non riesce più a conferire alcuna autorevolezza a nessun fatto, pensiero, personaggio o luogo di cui si parli nelle sue aule. Non riesce più a creare o ad alimentare in chi la frequenta alcun amore o alcun rispetto, alcuna gerarchia culturale. E perciò non serve a legittimare culturalmente — e cioè ideologicamente o storicamente — più nulla: non il Paese o il suo passato, la sua tradizione, e tanto meno lo Stato, la Costituzione, il sistema politico: nulla. Si possono tranquillamente frequentare le sue aule e non essere mai sfiorati dal sospetto che l’azione del conte di Cavour, o il Dialogo sopra i massimi sistemi, o una terzina del Paradiso rappresentano vertici d’intelligenza, di verità e di vita, posti davanti a noi come termini di confronto ideali, ma anche concretissimi, destinati ad accompagnarci in qualche modo per tutta l’esistenza.

Il sintomo politico più evidente della crisi in cui versa la scuola è il sostanziale disinteresse, venato di disprezzo, di cui, al di là di tutte le chiacchiere di maniera, essa è ormai circondata dall’intera classe dirigente, a cominciare per l’appunto dalla classe politica. Se il responsabile del Tesoro può impunemente tagliare i fondi destinati all’istruzione, infischiandosene di ogni possibilità di commisurare i risparmi alle esigenze di qualcuna delle ipotesi di cambiamento proposte dal volenteroso ministro Gelmini, ciò accade precisamente perché in realtà Tremonti, come tantissimi altri suoi colleghi, non sa a che cosa questa scuola possa davvero servire, e in essa non riesce a vedere altro che una macchina erogatrice e sperperatrice di risorse. Come di fatto, peraltro, essa rischia ormai di essere.

La verità è che la scuola pubblica che l’Europa conosce da due secoli non è solo un sistema per impartire nozioni. Nessuna scuola autentica del resto lo è mai stata: deve impartire nozioni, come è ovvio, ma può riuscirvi solo se insieme — aggiungerei preliminarmente — è anche qualcos’altro, e cioè se al suo centro vi è un’idea, una visione generale del mondo. La scuola pubblica europea è nata intorno al compito di testimoniare un’idea del proprio Paese, i caratteri e le vicende della collettività che lo abita, sentendosi chiamata a custodire l’immagine di sé e gli scopi di una tale collettività.

Non può esistere una scuola pubblica mondial-onusiana, una scuola italiana che parli in inglese o esperanto. Un sistema d’istruzione pubblico appartiene sempre a un contesto culturale nazionale. Questo è il punto, dunque qui sta il cuore del problema: alla fine, nella sua sostanza più vera, la crisi della scuola italiana non è altro che la crisi dell’idea d’Italia. E’ lo specchio della profonda incertezza di coloro che a vario titolo la guidano o le danno voce – i governanti, gli apparati dello Stato, gli imprenditori, gli intellettuali, l’opinione pubblica – circa il senso e il rilievo del suo passato, circa i suoi veri bisogni attuali e quello che dovrebbe essere il suo domani.

Il profondo marasma della nostra scuola, il grande spazio preso in essa dal burocratismo, dalle riunioni, dalle questioni di metodo, dalle futilità docimologiche, a scapito dei contenuti, è lo specchio di un Paese che non riesce più a pensarsi come nazione da quando la sua storia ha attraversato negli anni ’60-’80 la grande tempesta della modernizzazione. E’ da allora che l’idea del nostro passato si sta dileguando insieme alla consapevolezza dei suoi grandi tratti distintivi. E non a caso è da allora che è diventato sempre più difficile anche organizzare il presente e immaginare il futuro. Da qui, per esempio, ha tratto origine la crisi che ha colpito a suo tempo le tradizionali culture politiche della democrazia repubblicana, e sempre qui sta oggi la difficoltà di vederne sorgere di nuove. Da qui, anche, la generale sensazione d’immobilismo che abbiamo da anni, quasi che dopo il trauma della modernizzazione non sapessimo più ritrovarci, non riuscissimo più a riprendere il bandolo della nostra storia e dunque non riuscissimo più a muoverci. Negli anni ’90 la cesura che era andata producendosi nei tre decenni precedenti è venuta finalmente alla luce: ha definitivamente preso forma un’Italia nuova, ma questa Italia nuova non riesce più a pensare se stessa, non riesce più a pensarsi come un intero, come nazione, a progettare il suo futuro, perché non riesce più a incontrare il suo passato.

Riappropriarsi di questo passato e della propria tradizione per ritrovarsi: questo è il compito urgente che sta davanti al Paese che sa e che pensa. Ed è alla luce di questo compito che esso deve ripensare anche l’intera istituzione scolastica, la quale solo così potrà riavere un senso e una funzione, e sperare di tornare alla vita.
Ridare profondità storico-nazionale alla scuola, ma naturalmente in vista delle esigenze che si pongono all’Italia nuova di oggi e tenendo conto dell’ambito e dei contenuti propri degli studi. E cioè, non volendo sottrarmi all’onere di qualche indicazione, mirare innanzi tutto a ricostituire culturalmente (e per ciò che riguarda l’istituzione anche organizzativamente) il rapporto centro- periferia e Nord-Sud, riaffermando il carattere multiforme ma unico e specifico dell’esperienza italiana; in secondo luogo porre al centro, ed esplorare, il nostro tormentato rapporto con la modernità e i suoi linguaggi, mettendone a fuoco debolezze e punti di forza e cercando anche in questa maniera di costruirci un modo nostro di stare nei tempi nuovi, di averne l’appropriata consapevolezza senza snaturamenti e scimmiottamenti; e infine ribadire la funzione della scuola nella costruzione della personalità individuale, principalmente attraverso l’apprendimento dei saperi, delle nozioni, e la disciplina che esso comporta. Tutto ciò facendo piazza pulita delle troppe materie e degli orari troppo lunghi che affliggono la nostra scuola, e ricentrando con forza i nostri ordinamenti scolastici intorno a due capisaldi: da un lato la lingua italiana e la storia della sua letteratura, cioè intorno alla voce del nostro passato, e dall’altro le matematiche, cioè il linguaggio generale del presente e del futuro universali.

A questo punto ci si può solo chiedere: esiste un governo, esistono dei ministri in Italia? Personalmente mi ostino a pensare di sì. E a credere che ogni tanto gli capiti perfino di ascoltare i gridi di dolore, come questo, che si levano dai giornali.

“Corriere della Sera” 21 agosto 2008