Archivio mensile:settembre 2009

Dieci anni fa nasceva il Forum delle associazioni studentesche

Da Giandiego Carastro, segretario nazionale MSAC 1995-2002

Ciao! Amarcord:
Esattamente 10 anni fa, il MSAC partecipava all’incontro con il Ministro della Pubblica Istruzione, Luigi Berlinguer, alla fine del quale venne siglato l’accordo per la costituzione del Forum delle associazioni studentesche rappresentative. Il provvedimento venne successivamente sospeso dal Ministro Letizia Moratti e poi nuovamente sottoscritto.

15 anni fa, il MSAC stava preparando il Convegno nazionale “Tessere di un infinito puzzle”, uno tra i primi momenti in Italia di riflessione sul tema della accoglienza delle diversità e dell’incontro con le differenti culture e visioni del mondo. I msacchini vennero ricevuti dal Presidente O.L.Scalfaro

20 anni fa, Vania De Luca, Enzo Vergine, don Attilio Arcagni, insieme alla Consulta nazionale, stavano preparando l’importante Congresso nazionale Dire Dio nella scuola oggi, che si sarebbe svolto alla Domus Marie dal 1 al 3 dicembre, quando M.Gorbacev era in visita nel nostro Paese.

w il MOVICENTO!!!

La Gelmini agli studenti d’Italia

DISCORSO DEL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE, DELL’UNIVERSITÀ E DELLA RICERCA
MARIASTELLA GELMINI

Roma, 25 settembre 2009

Signor Presidente della Repubblica, 

autorità, insegnanti, genitori, care ragazze e cari ragazzi, 

tutti noi abbiamo negli occhi e nel cuore l’immagine di un bambino. Si chiama Martin Fortunato e lunedì scorso, di fronte a un Paese che piangeva i suoi soldati morti in missione di pace, correva verso la bara del padre e si fermava ad accarezzarla piangente. 

Quel bambino il giorno dopo è tornato fra i banchi della sua scuola, nel senese. Quel bambino, il giorno dopo, ha trovato nella scuola l’occasione per tentare di tornare a una vita normale, circondato dal calore degli insegnanti e dei compagni. 

Anche i ragazzi dell’Aquila, colpiti dal terribile terremoto dell’aprile scorso, hanno iniziato il loro anno scolastico il 21 settembre scorso. Grazie alla generosità, allo spirito di abnegazione e alla passione di dirigenti e insegnanti, che ringrazio, e all’impegno di tutto il Paese, lì la scuola ha dato il meglio di sé e circa diecimila ragazzi sfollati hanno potuto ricominciare le lezioni. 

Tornando anche loro a sperare nel futuro. Sei mesi fa sembrava un obiettivo impossibile.

Questa è la scuola, questo deve essere: un luogo accogliente, dove crescere serenamente. Un luogo che educhi alla libertà, alla valorizzazione del talento di ciascuno, al rispetto delle differenze, un luogo che vi renda curiosi di apprendere.

E’ stato un anno duro, difficile. Certamente la situazione economica e la crisi internazionale ci hanno posti davanti ad una sfida: quella di usare meglio le risorse. Nonostante le difficoltà ci stiamo riuscendo: abbiamo varato provvedimenti importanti, riformato la scuola primaria, approvato nuove modalità per diventare insegnante, investito nell’edilizia scolastica. 

Abbiamo lavorato sodo, per affrontare l’emergenza educativa che stiamo vivendo in questi anni. E voglio ringraziare quelle scuole che, nella loro autonomia, hanno promosso progetti contro il bullismo, la droga, la disfunzioni alimentari. 

Noi sentiamo il dovere di offrire ai ragazzi un accompagnamento solido e responsabile dei loro percorsi di crescita. Abbiamo stretto con i genitori un patto di corresponsabilità affinché ciascuno faccia la propria parte Occorre, come ha sottolineato anche la Cei nel suo rapporto sull’educazione presentato nei giorni scorsi, un’alleanza per l’educazione, un’alleanza che veda partecipi tutti: scuola, famiglia, imprese, mass media. La comunità nel suo complesso. 

C’è un detto africano secondo cui “per educare un bambino serve un villaggio”. Noi dobbiamo costruire. Ed è per questo che ci siamo impegnati anche per rafforzare, non solo nella scuola, ma nel paese, il ruolo degli educatori-formatori che negli ultimi tempi è stato troppe volte banalizzato e svilito.

Occorre ripristinare la comunità educante. 

Nessuno diventa adulto da solo. Senza punti di riferimento i giovani avvertono il peso della solitudine, dell’inesperienza e dell’incertezza. 

I ragazzi hanno invece bisogno di buoni maestri e di una scuola che sappia coniugare rigore e apertura verso l’altro, educazione e tolleranza, serietà negli studi e creatività.

Una scuola che educhi alla libertà e che faccia comprendere agli studenti che sono titolari di diritti ma anche di doveri.

Ed è per questo che, grazie anche alla sensibilità e all’attenzione del presidente Napolitano, ho voluto che sui banchi si tornasse a studiare la nostra Carta Costituzionale: la “mappa” dei nostri valori. Valori fondanti, come la libertà, la pace, il rispetto della dignità umana, della vita, delle differenze, ma anche la solidarietà e il rispetto dell’ambiente, torneranno sui banchi delle scuole italiane, grazie a una nuova materia, “Cittadinanza e costituzione”. 

Mi sembra inoltre doveroso oggi ricordare, in questo alto contesto istituzionale, che il 5 dicembre prossimo sarà la giornata nazionale del volontariato.

Anche qui la scuola farà la sua parte. Aprire la scuola al volontariato significa riconoscere le esperienze associative come luoghi di crescita di relazioni umane, improntate alla cura e alla solidarietà, favorendo una reale esperienza di partecipazione alla vita sociale. 

Ma da quest’anno la scuola si prepara anche alle celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia, un appuntamento che ha un alto valore simbolico. Proprio mentre si approva il federalismo e ci si avvia alla valorizzazione delle differenze, la ricorrenza dei 150 anni ci aiuta a riflettere sul sistema Paese e a non disperdere l’identità nazionale in una cornice unitaria. 

Una ricorrenza storica di altissima importanza, che offrirà possibilità di approfondimenti e spunti di riflessione a tutti voi e che sarà occasione di lavorare in gruppo per rimarcare i valori fondanti della nostra Patria e riscoprire l’orgoglio di essere italiani.

Perché la nostra sfida è anche questa: essere consapevoli della nostra identità, per essere pronti ad accogliere chi è diverso da noi.

Noi vogliamo una scuola inclusiva che accolga gli stranieri ma perché avvenga l’integrazione è indispensabile insegnare la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra religione e la nostra storia. Perché la scuola deve assolvere al compito di integrare, ma senza disperdere il patrimonio di valori occidentali.

Vogliamo una scuola che abbia cittadinanza nei luoghi di sofferenza, che offra pari opportunità a tutti, che non lasci indietro nessuno. 

Il mio pensiero va agli studenti diversamente abili, agli studenti costretti a studiare in un letto d’ospedale, agli studenti in carcere, ai ragazzi che vivono nelle aree degradate e agli insegnanti che quotidianamente si occupano della crescita culturale e civile di ciascuno di voi, creando opportunità di futuro anche nei contesti sociali più difficili. Vogliamo una scuola che educhi alla legalità.

A questo proposito, particolarmente caro ed emozionante per me è il ricordo dei due giorni passati sulla Nave della legalità da Napoli a Palermo il 23 maggio scorso, anniversario della strage di Capaci, manifestazione che ha avuto l’onore di ospitare il Presidente della Repubblica e il procuratore Grasso. 

In quell’occasione, fortemente voluta dalla Fondazione Falcone e da questo ministero, le scuole hanno dimostrato una passione ed una capacità educativa straordinari, che rappresentano una risorsa unica per tutti noi. 

E’ questa la scuola alla quale dobbiamo lavorare tutti insieme, la scuola che vogliamo offrire a voi ragazzi: una scuola dell’inclusione che funga da “ascensore sociale” e che crei mobilità sociale nel Paese, in particolare al Sud. Una scuola meritocratica. Perché il merito è la più alta forma di democrazia poiché consente a tutti, a prescindere dai mezzi economici e dalla provenienza sociale, di realizzarsi nella vita.

Ci impegneremo per garantire a tutti il diritto allo studio, perché i più bravi siano riconosciuti come tali e possano perciò accedere gratuitamente all’Università. 

In un momento di crisi la scuola deve porsi il problema dell’occupazione dei giovani. Non può essere una fabbrica di disoccupati intellettuali, ma una istituzione volta a preparare figure professionali competenti e attive. 

Con l’anno scolastico 2010-11 sarà dato avvio al nuovo ordinamento dell’istruzione secondaria superiore: un cambiamento epocale, che metterà in collegamento scuole e mondo del lavoro, come abbiamo raccontato nei giorni scorsi presentando il progetto per l’occupabilità dei giovani attraverso l’integrazione tra apprendimento e lavoro.

L’istruzione tecnica e professionale favorirà la formazione, ad alto livello, di tecnici e professionisti operanti nel mondo del lavoro. 

Ma anche l’istruzione liceale, pur rispettando, la tradizione italiana sarà proiettata anche verso l’innovazione nei diversi settori della cultura umanistica, scientifica e artistica. Lo studente troverà nel liceo, in qualsiasi percorso liceale, anche in quello musicale, che abbiamo rilanciato. la possibilità di esprimere le sue vocazioni. 

Questa la scuola che vogliamo offrirvi. Una scuola che vi renda protagonisti del vostro futuro. Una scuola degna di un Paese non rassegnato, ma aperto alle nuove sfide.

Un Paese che ripone in voi le sue speranze. Un Paese che deve investire sui suoi giovani. 

Se è vero che la scuola è palestra di vita, noi, per voi, siamo in continuo allenamento.

Da parte mia c’è tutto l’impegno. Spero che anche voi, durante i prossimi mesi, vi impegnerete altrettanto.

Non mancherà la fatica, qualche delusione, ma vi auguro che quest’anno sia un pilastro importante della vostra crescita, e che anche da adulti lo ricordiate con emozione.

Buon anno scolastico.

Il saluto di Napolitano alla Scuola Italiana

Intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della cerimonia di apertura dell’anno scolastico 2009/2010

Palazzo del Quirinale, 24 settembre 2009

Rivolgo innanzitutto un cordiale saluto alle autorità che sono oggi qui in rappresentanza del Governo e del Parlamento. Anche quest’anno saluto e ringrazio tutti coloro che hanno contribuito a realizzare questa cerimonia, con il proprio lavoro e con la propria partecipazione. Un saluto speciale ai veri protagonisti dell’evento: ai ragazzi qui presenti, a quelli che ci seguono da lontano. Un saluto a tutto il mondo della scuola, con particolare affetto e fiducia agli insegnanti che sono il muro maestro della nostra scuola, ed egualmente ai tecnici, al personale non docente. E insieme un saluto alle famiglie degli alunni la cui partecipazione al progetto educativo dei figli e dei nipoti è essenziale.

In questa occasione, vorrei ricordare e ringraziare anche altre persone che lavorano per una buona scuola. Coloro che nel Ministero della Pubblica Istruzione, negli Uffici Scolastici regionali, negli assessorati di Regioni, Province e Comuni fanno funzionare la complessa macchina dell’istruzione, spesso aiutati da operatori del privato sociale, da studiosi di dipartimenti universitari e di centri di ricerca. In quest’area multiforme di istituzioni e di strutture operanti a tutti i livelli troviamo persone impegnate, creative, capaci di individuare problemi e proporre soluzioni nuove e socialmente utili. A questi silenziosi tessitori va la nostra gratitudine, e va il giusto sostegno e riconoscimento.

Quest’anno proprio sull’istruzione si sono puntati i riflettori. La crisi economica che stiamo attraversando ha suscitato accese discussioni in merito alle migliori strategie da seguire per superarla. Ci sono state e ci sono – come è normale – notevoli divergenze, ma su due punti si è registrato un riconoscimento praticamente unanime. Dalla crisi l’Italia deve uscire migliore di come vi è entrata, bisogna quindi guardare alle risorse – soprattutto intellettuali e politiche – su cui far leva per superare le ragioni di debolezza strutturale del nostro sistema economico e sociale, per renderne possibile una crescita più sostenuta che negli ultimi dieci anni. Un’importante ragione strutturale di debolezza – e questo è il secondo punto su cui si conviene – è costituita dall’insufficiente valorizzazione del nostro capitale umano. Le persone, i paesi non sono solo ricchi o poveri di risorse naturali o di capitali, sono anche – e questo è il fattore cruciale – ricchi o poveri di conoscenza e di attitudine a utilizzarla per affrontare situazioni, per risolvere problemi. La buona istruzione serve agli individui per lavorare con successo, e rendere quindi più ricchi se stessi e il proprio paese, e serve anche a vivere con intelligenza, a realizzare se stessi. E’ di recente scomparso Ralf Dahrendorf, un grande scienziato sociale politicamente impegnato, che sosteneva come la principale ragione per istruire i cittadini non fosse il fatto che ciò comporta evidenti vantaggi economici per il paese, ma il principio secondo cui “ogni essere umano, dovunque sia nato e di chiunque sia figlio, deve avere l’opportunità di sviluppare i propri talenti”. E’ quello che dice d’altronde l’articolo 2 della nostra Costituzione, quella “legge delle leggi” che, come ha ricordato il Ministro, è oggetto di specifico insegnamento nelle scuole : “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”, dice la nostra Carta. E tra questi ostacoli il maggiore è forse proprio quello di un insufficiente livello di istruzione.

Ma l’Italia è purtroppo un paese in cui l’istruzione non è ancora abbastanza efficiente : quando confrontiamo le competenze acquisite a scuola dai ragazzi italiani con quelle dei coetanei dei paesi ad analogo livello di sviluppo in Europa e in Asia constatiamo nostre gravi carenze. Sappiamo da tempo che in questo campo c’è soprattutto da sanare un grave squilibrio tra Nord e Sud. Serve un’istruzione migliore, un’istruzione che valorizzi anche la matematica e le materie scientifiche, troppo trascurate nel nostro paese, come ci spiegherà Alberto Angela.

Dobbiamo certo osservare con soddisfazione che anche in matematica e nelle materie scientifiche siamo capaci di produrre eccellenze. In vari recenti concorsi internazionali di matematica i nostri studenti si sono piazzati molto bene, lo stesso vale per i giovani scienziati. Ma un’istruzione migliore non significa un’istruzione che produce solo eccellenze, perché senza un tessuto di competenze diffuse un paese non cresce né economicamente, né civilmente. Un’istruzione migliore non significa di certo neppure un’istruzione di elite, riservata a pochi. Un paese giusto è quel luogo in cui l’opportunità di un’istruzione di qualità è offerta anche ai figli delle famiglie meno abbienti, anche a coloro che studiano nelle zone meno ricche del territorio nazionale, in modo che tutti i ragazzi possano sperare di vivere meglio, di affermarsi nelle professioni, di contribuire in tal modo al benessere complessivo del paese.

Tuttavia, attenzione : né l’impegno dei poteri pubblici né gli sforzi di quanti operano nella scuola possono bastare, se non faranno la loro parte gli studenti. E’ stato questo il messaggio di recente rivolto agli studenti americani dal Presidente Obama per il primo giorno di scuola : e voglio citarne qualche passaggio significativo, perché ci mostra come si tratti di esigenze che non conoscono confini, che valgono per l’America come per l’Italia. “Ho parlato – ha detto agli studenti il Presidente Obama – della responsabilità dei vostri insegnanti, di quella dei vostri genitori, di quella del governo : ma in definitiva nulla basterà se voi non farete fronte alle vostre responsabilità. L’educazione vi dà l’opportunità di scoprire quel che di meglio avete in voi. E qualunque cosa vogliate fare nella vita, avrete bisogno di una buona educazione (…). So che talvolta la televisione vi dà l’impressione di poter diventare ricchi e avere successo senza lavorare duramente : magari a basket o in un reality show. Ma il vero successo è duro da raggiungere, richiede sforzi tenaci anche se non tutto quel che dovete studiare vi piace, e non tutti gli insegnanti vi piacciono”.

Che così stiano le cose, lo sanno bene alcuni dei partecipanti a questa cerimonia : i giovani scienziati e inventori, i diplomati con 100 e lode dell’Aquila che hanno continuato a studiare all’indomani di una tragedia e in condizioni difficili. Lo sanno i campioni delle Olimpiadi che si sottopongono ad allenamenti massacranti senza per questo abbandonare lo studio. Anche chi canta, chi fa parte di cori, come quelli presenti qui quest’anno, chi compone o suona musica, sa che per riuscire occorrono fatica, impegno, esercizio. Qualche successo effimero si può anche ottenere per caso, con compromessi o con l’inganno, ma solo il duro lavoro dà risultati duraturi, in tutti i campi. E solo quando non si lavora solo per se stessi si ottengono risultati appaganti : solo quando si lavora per la comunità, per il paese.

Quando dico “la comunità”, quando dico “il paese”, intendo la patria. E’ una parola, questa, che non bisogna esitare a pronunciare per paura di cadere nella retorica. No, non è stato retorica, nei giorni scorsi, il provare dolore, il commuoverci per i sei giovani militari italiani caduti in Afganistan, il rendere loro omaggio solenne, lo stringerci attorno alle loro famiglie così esemplari per forza d’animo e compostezza.

Quel che hanno significato per più generazioni di italiani la conquista e la riconquista del senso della patria, la faticosa, aspra realizzazione del grande sogno di uno Stato nazionale unitario, avrete modo di studiarlo – come ha detto il ministro Gelmini, e apprezzo molto questo suo impegno – in occasione del 150° anniversario dell’Unità.

Dando vita e sviluppo allo Stato nazionale unitario, l’Italia ha conquistato voce, peso, rispetto. Ma è importante ricordare, tutti noi, che un paese si fa rispettare se è rispettabile e se rispetta gli altri : se i suoi cittadini si comportano con senso del decoro, se non offendono chi è diverso da loro, le minoranze religiose, gli stranieri immigrati, gli omosessuali, chi ha una pelle di altro colore.

Non basta impegnarsi per affermarsi come individuo, questa è una ricetta di vita che alla lunga non è appagante. Siamo più felici quando lavoriamo anche per gli altri, magari sacrificando un po’ del nostro tempo, delle nostre ambizioni, delle nostre sicurezze. Tanti ragazzi italiani sono impegnati nel volontariato, e ancora di più la scuola può aprirsi al volontariato – lo ha sottolineato il Ministro Gelmini. A volte impegnarsi per gli altri significa anche assumere dei rischi, avere coraggio.

Sfidare condizioni difficili è quanto accade a chi si attiva per affermare la legalità, per il rispetto dei valori costituzionali, impegnandosi – anche da giovane o da giovanissimo – contro la criminalità organizzata. Su questi valori e per questi scopi si deve manifestare concordia nazionale, si deve avere più mobilitazione comune. E proprio di legalità parla qui oggi, con studenti della Calabria e del Veneto, il Procuratore Piero Grasso, che è stato ed è un autentico protagonista della lotta contro la mafia.

Ma serve anche il piccolo coraggio di tutti i giorni, difendere i ragazzi più deboli, quelli oggetto di scherno e di aggressioni, difendere le compagne di scuola da attenzioni che non gradiscono, da molestie inammissibili.

Insomma, impegno nello studio e impegno civile fanno tutt’uno. Mostriamocene consapevoli. Certo, capisco, questo richiamo all’impegno, al dovere, ai valori ideali e morali, può suonare fastidioso, predicatorio. Ma è un richiamo – ve lo posso assicurare – che vale non solo per voi, ma per tutti, che rivolgo a tutti, e in particolare a ciascuno di noi che rappresenta le istituzioni della Repubblica. E’ da noi che deve venire il buon esempio : avete il diritto di aspettarvi che l’esempio venga da noi, avete il diritto di chiedercelo.

Apertura anno scolastico al Quirinale

Come ogni anno, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano accoglierà nel cortile del Palazzo del Quirinale gli studenti delle scuole d’Italia, accorsi in rappresentanza degli istituti di ogni ordine e grado di tutta la penisola. La cerimonia, che si svolgerà oggi pomeriggio alle 17.00 (è prevista la diretta su RAIUNO), è stata aperta anche ai rappresentanti delle associazioni studentesche. Anche il MSAC, tramite la Segretaria Nazionale, è stato invitato all’evento.

Il Consiglio Permanente della CEI sull’ora di religione

estratto del passaggio della prolusione del card. Bagnasco che si riferisce alle polemiche per l’insegnamento della religione cattoliche nelle scuole:

6. Sempre questa estate, il Tar del Lazio accoglieva il ricorso presentato da un variegato cartello di associazioni laiciste ed esponenti di altre confessioni religiose non cattoliche, con il quale si chiedeva che l’insegnamento di religione non produca crediti aggiuntivi nella valutazione scolastica di quel 91 per cento degli studenti che liberamente scelgono di avvalersi di tale insegnamento. Le motivazioni di questa iniziativa appaiono speciose, perché in nome di una supposta non discriminazione, di fatto si finisce – e come – per discriminare la stragrande maggioranza degli studenti. Opportunamente, il Ministero della Pubblica Istruzione ha già avanzato ricorso al Consiglio di Stato, ribadendo con altro suo atto la validità della presenza dell’insegnamento di religione nel curriculum scolastico. Occorre dire che la sentenza ha suscitato immediatamente una vivace reazione che ha visto tra i protagonisti la nostra Commissione episcopale per l’Educazione cattolica, la scuola e l’università e gli stessi insegnanti di religione. Soprattutto da loro è venuta un’importante segnalazione: questa reiterata offensiva, su un punto apparentemente limitato della normativa in atto già passata al vaglio di altre sentenze, può fuorviare dal nocciolo della vera questione, depotenziando l’aspetto motivazionale legato all’interesse per la conoscenza del fenomeno religioso. Occorre osservare che la posizione italiana sull’argomento è in sintonia con i più avanzati sistemi scolastici nazionali. Fa testo la Lettera diffusa nel maggio scorso dalla Congregazione vaticana per l’Educazione cattolica, e della quale l’opinione pubblica ha avuto notizia nelle settimane scorse. Vi si legge, tra l’altro: «La specificità di quest’insegnamento non fa venir meno la sua natura propria di disciplina scolastica, con la stessa esigenza di sistematicità e rigore delle altre discipline». Non richiede cioè l’adesione di fede, ma assicura una riflessione argomentata sulle grandi domande di senso e sulla religione cattolica che offre i codici indispensabili per decodificare i segni della storia, dell’identità, dell’arte e della musica dell’Occidente, ma non solo (cfr Benedetto XVI, Discorso agli Insegnanti di religione cattolica, 25 aprile 2009). Per cui parlare in modo sbrigativo di catechismo di Stato finisce per far incespicare quell’indispensabile e prezioso dialogo interculturale, per altri versi e in altri contesti auspicato.
Ma è sullo stesso strumento concordatario che di tanto in tanto si riversano riserve e velleitarismi anche da settori insospettabili dell’opinione pubblica. Trascorsi ormai venticinque anni dalla felice riforma che ha riguardato il Concordato in vigore nel nostro Paese, risulta ulteriormente confermata l’importanza e l’attualità di quel grande accordo di libertà che accomuna Stato e Chiesa non solo nel riconoscimento della reciproca autonomia, ma anche nell’impegno condiviso di collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese. Ci rafforziamo dunque in questa convinzione: se restiamo costantemente aperti al confronto con tutte le posizioni culturali, la nostra Chiesa potrà uscirne migliorata, senza tuttavia trovarsi per ciò stesso condizionata negli orientamenti e nelle scelte da operare. La nostra comunità ecclesiale ha davanti a sé infatti una stagione fervida di incontri e impegni annunciati nel segno della sinergia intellettuale rispetto a sensibilità diverse dalla propria, e ciò non per un eclettismo fine a se stesso, ma perché approfondendo continuamente la nostra identità, e mai rinunciando ad essa, non possiamo non avvertire il vincolo che ci lega all’autentica ricerca condotta da tante persone nei vari campi dell’attività umana. In altri termini, la Chiesa pellegrina in Italia non indietreggia, e mai rinuncerà – secondo la sua tradizione – ad un atteggiamento di apertura virtuosa collaudato negli anni, e spera che altri si affaccino o continuino ad affacciarsi nell’agorà pubblica con onestà e passione, amore disinteressato per le sorti comuni, autentica curiosità intellettuale, in vista – se ci saranno – di alcune convergenti sintonie trovarsi .

Il TuttoGelmini

Ai valorosi che non si sono ancora persi d’animo in questo continuo rincorrersi di regolamenti, dichiarazioni, circolari e dpr che si modificano a vicenda nel mondo della scuola italiana vogliamo offrire un piccolo abbecedario delle cosiddette “riforme Gelmini” operative da questo anno scolastico 2009/2010. Partiamo dalle origini.

Era l’estate 2008 quando l’art.64 di quella che è diventata legge 133 (finanziaria) prevedeva un “piano programmatico” per la razionalizzazione de: a)l’organico del personale docente e ATA b)i piani di studio e relativi quadri orari c)rete scolastica. Una vera rivoluzione nella scuola di ogni ordine e grado, che però restava una “riforma” prevista in un provvedimento di natura economica più che in una legge pensata specificatamente per l’istruzione. In aggiunta a ciò, quindi, il ministro Gelmini a settembre 2008 ha fatto varare un proprio decreto, poi divenuto legge 169, tutto di iniziativa ministeriale. Prevedeva: 1)l’insegnamento di “cittadinanza e costituzione” 2)l’introduzione del voto di condotta 3)la valutazione in decimali anche alla scuola primaria 4)il maestro unico 5)il vincolo per le case editoriali di produrre nuove edizioni dei testi scolastici almeno dopo cinque anni.

Da queste due leggi madri (l’art. 64 della 133 e la 169) è discesa un’intera famiglia di dpr, regolamenti e decreti-legge, una babele che speriamo nelle prossime righe di districare per capire che fine hanno fatto tutti quei propositi di riforma annunciati.

Innanzitutto ecco cosa cambia alla scuola primaria: libera scelta del monte ore settimanale tra tre diverse opzioni: 27, 30 o 40 ore. Il tempo pieno dunque “resta”, secondo le scelte delle famiglie e la disponibilità delle scuole. Il maestro unico è operativo, ma per compensare i “surplus” orari delle varie opzioni gli verranno comunque affiancati altri insegnanti: almeno quello di inglese, se il maestro prevalente non basta, e quello di religione. Eliminate le compresenze, le classi successive alla prima continuano a funzionare secondo i vecchi modelli orari.

Qualche novità anche nella riorganizzazione dei quadri orari delle medie e soprattutto delle scuole superiori, per le quali i vari indirizzi di studio sono stati raggruppati in 6 licei (artistico, classico, scientifico, musicale e coreutico, delle scienze umane, linguistico), 2 istituti tecnici (settore economico con 2 indirizzi, amministrativo e turismo, e settore tecnologico, con 9 curricula) e 2 aree professionali (settore dei servizi con 5 indirizzi al proprio interno e settore dell’industria e dell’artigianato). Scompaiono così i licei delle scienze sociali e socio-psico-pedagogico, che confluiscono nel liceo delle “scienze umane”, e il liceo tecnologico, che diventa sperimentazione dello scientifico.

Novità poi nell’ambito della valutazione. Come ormai noto a tutti, sono in vigore i decimali per tutti i cicli. Il meccanismo di promozione, dopo la grande confusione a conclusione dello scorso anno, è stato invece chiarito: necessario il 6 in ciascuna materia (niente promozione col 6 di “media”, dunque), ma in caso di qualche insufficienza, i docenti saranno chiamati a votare a maggioranza per l’ammissione agli esami e all’anno successivo.

Le tabelle della legge 133 imponevano poi la riorganizzazione della rete scolastica, dei criteri di aggregazione delle classi e la razionalizzazione dell’organico, prevedendo 45.000 tagli nel settore ATA (bidelli, segreterie, ecc) e 130.000 docenti in meno. Oltre a classi più numerose, la novità, è il caso di dirlo, più clamorosa è il fatto che le cattedre da quest’anno sono obbligatoriamente di 18 ore nello stesso istituto. Non esistono dunque cattedre a metà, tipicamente “precariali”. I soprannumerari verranno trasferiti “d’ufficio”. Il che spiega l’agitazione che è in corso in questi giorni nel mondo dei precari della scuola. Riguardo infine al meccanismo di “arruolamento” dei docenti, nulla di definito per il momento, se non un piano ministeriale che è più di una semplice dichiarazione d’intenti. Messo da parte il progetto Aprea, il nuovo meccanismo dovrebbe prevedere per l’insegnamento nel secondo ciclo (superiori e medie) un anno di Tirocinio Formativo Attivo (a numero chiuso) di 475 ore prima dell’immissione in ruolo dei nuovi docenti, per una didattica che non sia solo teoria, oltre all’attivazione di nuovi corsi di laurea magistrali abilitanti (a numero chiuso). Il numero di docenti sarà determinato dal fabbisogno, il che equivale nelle previsioni alla “fine del precariato”. Per insegnare alla scuola primaria invece rimane abilitante la laurea in scienze della formazione (a numero chiuso, naturalmente!) seguita da tirocinio.

Saretta Marotta

Forum Associazioni

Oggi, giovedì 17 settembre, è stato convocato il Forum delle Associazioni studentesche maggiormente rappresentative presso il Ministero. sono andati in viale Trastever per rappresentare il MSAC il delegato al MIUR Agatino Lanzafame e Marco Maccolini, collaboratore centrale.

IN BOCCA AL LUPO

L’esate che si è appena conclusa di certo, per la scuola italiana, non è stata tra le più tranquille: tutto ha avuto inizio con le dichiarazioni del Ministro Umberto Bossi (anche l’anno scorso era stato Bossi ha dare il via al Valzer delle dichiarazioni estive sulla scuola…) e di altri esponenti della Lega Nord, i quali sostenevano che nella scuola italiana fosse necessaria l’introduzione dello studio obbligatorio del dialetto e l’introduzione, per tutti gli insegnanti, di un test sulla conoscenza del dialetto della regione (o addirittura del paese) nel quale insegnano… Ma ben presto altri autorevoli esponenti del governo hanno dichiarato che queste affermazioni erano dovute soltanto al “caldo estivo”… Sarà? mah…. Poi c’è stato il polverone sulla sentenza del Tar che prevedeva l’esclusione dei professori di religione dallo scrutinio, ma anche questo tema ha avuto vita breve… buon segno??? Forse… Poi sono state anche altre le discussioni che hanno interessato la nostra scuola, ma anche queste sono “morte”!

E ora? Ora che cosa succede?? tutti tornano in classe sotto il segno delle proteste dei precari della scuola che fanno intendere che anche quest’anno è in arrivo un autunno caldo, ovviamente per la scuola italiana…

Ecco perché, anche quest’anno, non può mancare il nostro IN BOCCA AL LUPO a tutti gli studenti e in particolare a tutti i msacchini d’Italia per un buon inizio!!!

w il Movimento!!!!!!!!!!! yeah…

p.s. CANDIDATEVI COME RAPPRESENTANTI di CLASSE o d’ISTITUTO!!! Ricordate: un msacchino non sta mai fermo a guardare 😉

Bologna festeggia gli anniversari del novecento

Segnaliamo a tutti gli emiliano-romagnoli un’iniziativa culturale nel territorio di Bologna. Domenica 20 settembre 2009 un ciclo di incontri storico-culturali, con ospiti “di riguardo”, come Romano Prodi, Francesco Guccini, Filippo Andreatta, Giuseppe Ruggieri, Alberto Melloni e altri, aperti gratuitamente a tutto il pubblico bolognese, festeggeranno dieci anniversari del novecento accounati dalla terminazione in… “punto9″. 1909, 1919, 1929… dieci date per ricordare appuntamenti epocali della storia politica, della cultura, e perfino dello sport. Un regalo a Bologna da chi la cultura la fabbrica: le università, i centri di ricerca, l’informazione. Una cooperazione a costo zero per un “non-festival” offerto con riconoscenza ad una città che la cultura, prima di consumarla, la produce Guarda il programma!

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