Non serve un bonus cultura, se la scuola non educa alla cultura!

18appAlcuni giorni fa Alex Corlazzoli, maestro, giornalista e amico del Msac, ha scritto sul bonus cultura per i diciottenni definendolo un flop, e riportando anche una dichiarazione di Gioele in merito. Riccardo Luna, direttore di AGI, ha ripreso l’articolo di Corlazzoli, chiedendosi perché il bonus cultura non funzioni. Ecco la risposta che gli ha scritto il Segretario nazionale, a nome del Movimento.

Gentile Riccardo Luna,

la ringrazio per il suo articolo sul bonus cultura, che permette di aprire un dibattito costruttivo. Con questa lettera colgo l’occasione per sviluppare in modo più approfondito le idee del Movimento Studenti di Azione Cattolica, rispetto alla rapida intervista da lei citata.

Nella sua riflessione, lei si chiedeva: “Perché gli studenti non spendono in cultura anche quando è gratis?”. A nostro parere, il bonus cultura non funziona perché non è lo strumento giusto per rispondere ai bisogni attuali degli studenti. Ci sembra evidente che esiste un problema culturale profondo, un disinteresse diffuso verso tutto ciò che è cultura (arte, musica, lettura, teatro…). Ma la cultura si educa a scuola, e la scuola italiana oggi – dopo anni di tagli nel settore dell’istruzione – non è all’altezza di questo compito. Non si può contare solo sulla buona volontà dei pur tanti innovatori e “pionieri”, che con grande impegno riescono a lavorare bene anche in contesti difficili: c’è bisogno di una visione sistematica e condivisa.

La legge 107 ha segnato un’inversione di tendenza negli investimenti, ma ha speso male troppe risorse. Ci riferiamo proprio ai “bonus” che puntano al consumo da parte dei singoli senza curare il processo formativo nel suo insieme. Bonus che creano competizione tra docenti, invece di stimolare la cooperazione (pensiamo al premio per gli insegnanti meritevoli); e bonus che vengono attribuiti a studenti (la “18app”, appunto) e docenti (la “Carta del docente”) senza rinforzare la scuola come istituzione. Prendiamo i 500 Euro dati agli insegnanti: vengono davvero spesi per attività formative? Non era meglio irrobustire i corsi sulle nuove metodologie didattiche?

Siamo arrivati al punto. Si educa alla cultura con insegnanti preparati, che sappiano interessare gli studenti con modalità didattiche nuove e attrattive. Si educa alla cultura dando ai ragazzi la possibilità di vivere nel bello, a partire dagli ambienti in cui si fa scuola. Si educa alla cultura liberandoci una volta per tutte del nozionismo e mettendo le ali alla curiosità, alla creatività, alla condivisione del sapere. Invece la nostra scuola è ancora ferma a modalità per lo più frontali, a valutazioni che giudicano invece di accompagnare. Non è la scuola del piacere, spesso invece è la scuola dell’ansia.

Da questa crisi culturale usciremo solo se scommettiamo sulla scuola nel suo insieme. E il diritto allo studio, per noi, è proprio questo: mettere tutti i ragazzi in condizione di vivere pienamente l’esperienza scolastica, aiutando chi è in difficoltà a sostenere i costi dell’istruzione (in una società con 4 milioni e mezzo di persone in povertà assoluta, non sono pochi i ragazzi in queste condizioni). Serve dunque lavorare sui servizi essenziali della comunità scolastica, prima che offrire potere d’acquisto ai singoli individui. Noi del Movimento Studenti di Azione Cattolica ci crediamo ancora. Sappiamo di non essere i soli. Ma la politica da che parte sta?

Gioele Anni, Segretario nazionale del Movimento Studenti di Azione Cattolica (Msac)

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