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COMUNICATO STAMPA (Delega diritto allo studio – Legge 107/2015)

di Gioele Anni – Segretario Nazionale MSAC

Adelaide Iacobelli – Vicesegretaria nazionale MSAC

Andrea Facciolo – Delegato per il MSAC ai rapporti con il Miur

Apprendiamo da fonti di stampa che domani le Commissioni istruzione di Camera e Senato licenzieranno i pareri sulla delega relativa al diritto allo studio prevista nella legge 107/2015. Nell’attesa di leggere i testi definitivi approvati dalle Commissioni, basandoci sulle proposte di parere formulate sinora da deputati e senatori, consideriamo positiva l’ipotesi di incremento dei fondi (da 10 a 30 Mln) destinati alle borse di studio contro la dispersione scolastica ottenuti dalla revisione della proposta di eliminazione delle tasse scolastiche.
Nello stesso ambito, ci sembra però negativa la proposta che siano gli enti locali a erogare, in collaborazione con le scuole, le borse di studio anti-dispersione. Tale disposizione, infatti, non sarebbe congruente sia con le disposizioni relative alla Carta dello studente, sia con la vigente normativa regionale che prevede l’erogazione di borse di studio per libri e trasporto da parte delle Regioni (per la parte di competenza delle amministrazioni regionali). Sarebbe invece auspicabile un’integrazione degli interventi statali con quelli regionali.
Un’ulteriore criticità che riscontriamo è rappresentata dal fatto che non s’introducono livelli minimi essenziali di prestazioni comuni a tutte le Regioni in materia di diritto allo studio. Il Forum nazionale delle associazioni studentesche richiede da anni questo intervento, e questa legge delega rappresenta un’occasione non più rinviabile per raggiungere l’obiettivo. Ci auguriamo quindi che, nei prossimi passaggi del percorso legislativo, le istituzioni competenti possano farsi carico di questa necessità segnalata dagli studenti.
Riteniamo infine positiva la previsione di un raccordo con le regioni per il potenziamento della tessera dello studente che, estesa a una platea più ampia, potrà rappresentare un importante strumento per tutti gli studenti delle scuole pubbliche, delle agenzie regionali e universitari; e positiva sarebbe anche anche l’istituzione della Conferenza nazionale sul diritto allo studio.
Restiamo in attesa del testo definitivo del parere con la speranza che, anche nell’ultima fase dell’iter di adozione del decreto legislativo, possa proseguire il positivo e proficuo confronto tra studenti e Ministero. Ringraziamo le Commissioni parlamentari per il partecipato processo di consultazione, su questi temi, negli scorsi mesi.

Non serve un bonus cultura, se la scuola non educa alla cultura!

18appAlcuni giorni fa Alex Corlazzoli, maestro, giornalista e amico del Msac, ha scritto sul bonus cultura per i diciottenni definendolo un flop, e riportando anche una dichiarazione di Gioele in merito. Riccardo Luna, direttore di AGI, ha ripreso l’articolo di Corlazzoli, chiedendosi perché il bonus cultura non funzioni. Ecco la risposta che gli ha scritto il Segretario nazionale, a nome del Movimento.

Gentile Riccardo Luna,

la ringrazio per il suo articolo sul bonus cultura, che permette di aprire un dibattito costruttivo. Con questa lettera colgo l’occasione per sviluppare in modo più approfondito le idee del Movimento Studenti di Azione Cattolica, rispetto alla rapida intervista da lei citata.

Nella sua riflessione, lei si chiedeva: “Perché gli studenti non spendono in cultura anche quando è gratis?”. A nostro parere, il bonus cultura non funziona perché non è lo strumento giusto per rispondere ai bisogni attuali degli studenti. Ci sembra evidente che esiste un problema culturale profondo, un disinteresse diffuso verso tutto ciò che è cultura (arte, musica, lettura, teatro…). Ma la cultura si educa a scuola, e la scuola italiana oggi – dopo anni di tagli nel settore dell’istruzione – non è all’altezza di questo compito. Non si può contare solo sulla buona volontà dei pur tanti innovatori e “pionieri”, che con grande impegno riescono a lavorare bene anche in contesti difficili: c’è bisogno di una visione sistematica e condivisa.

La legge 107 ha segnato un’inversione di tendenza negli investimenti, ma ha speso male troppe risorse. Ci riferiamo proprio ai “bonus” che puntano al consumo da parte dei singoli senza curare il processo formativo nel suo insieme. Bonus che creano competizione tra docenti, invece di stimolare la cooperazione (pensiamo al premio per gli insegnanti meritevoli); e bonus che vengono attribuiti a studenti (la “18app”, appunto) e docenti (la “Carta del docente”) senza rinforzare la scuola come istituzione. Prendiamo i 500 Euro dati agli insegnanti: vengono davvero spesi per attività formative? Non era meglio irrobustire i corsi sulle nuove metodologie didattiche?

Siamo arrivati al punto. Si educa alla cultura con insegnanti preparati, che sappiano interessare gli studenti con modalità didattiche nuove e attrattive. Si educa alla cultura dando ai ragazzi la possibilità di vivere nel bello, a partire dagli ambienti in cui si fa scuola. Si educa alla cultura liberandoci una volta per tutte del nozionismo e mettendo le ali alla curiosità, alla creatività, alla condivisione del sapere. Invece la nostra scuola è ancora ferma a modalità per lo più frontali, a valutazioni che giudicano invece di accompagnare. Non è la scuola del piacere, spesso invece è la scuola dell’ansia.

Da questa crisi culturale usciremo solo se scommettiamo sulla scuola nel suo insieme. E il diritto allo studio, per noi, è proprio questo: mettere tutti i ragazzi in condizione di vivere pienamente l’esperienza scolastica, aiutando chi è in difficoltà a sostenere i costi dell’istruzione (in una società con 4 milioni e mezzo di persone in povertà assoluta, non sono pochi i ragazzi in queste condizioni). Serve dunque lavorare sui servizi essenziali della comunità scolastica, prima che offrire potere d’acquisto ai singoli individui. Noi del Movimento Studenti di Azione Cattolica ci crediamo ancora. Sappiamo di non essere i soli. Ma la politica da che parte sta?

Gioele Anni, Segretario nazionale del Movimento Studenti di Azione Cattolica (Msac)

Buona scuola, al via il secondo tempo

Carissime msacchine e carissimi msacchini di tutta Italia,
torniamo in campo con aggiornamenti più che urgenti e interessanti per le nostre scuole!
Il 14 gennaio il Consiglio dei Ministri ha approvato le prime bozze di testi delle deleghe della Buona Scuola, che ora vanno in Parlamento per il parere delle commissioni Istruzione di Camera e Senato e per gli altri passaggi prima dell’approvazione definitiva in Consiglio dei Ministri, prevista per fine marzo.Nel frattempo la Ministra Fedeli sta per avviare un giro di incontri con tutti i rappresentanti del mondo della scuola (genitori, insegnanti, dirigenti e studenti.. tra cui le Consulte Provinciali e il Forum delle associazioni studentesche di cui il MSAC fa parte) per raccogliere pareri e proposte per migliorare i decreti legislativi. E noi vogliamo esserci per portare il pensiero elaborato dal MSAC in questi anni, per arricchire i testi delle deleghe con il frutto delle assemblee scolastiche, degli incontri pomeridiani e del pensiero sulla scuola che caratterizza i nostri incontri nazionali.
Delle otto deleghe in discussione:

– accesso alla professione docente

– scuole all’estero

– promozione dell cultura umanistica

– sistema 0-6 anni

inclusione dei disabili

valutazione

diritto allo studio

istruzione professionale

abbiamo scelto le ultime quattro, che sono quelle che ci riguardano più da vicino, per preparare 4 veloci schede di lettura che pubblichiamo in questa pagina! Le schede possono essere utili per capire le novità delle deleghe e per poterci confrontare con i nostri compagni di classe!

Che cosa ne pensate della nuova maturità? Sarebbe meglio mantenere la tesina? E i nuovi istituti professionali vi sembrano interessanti? Quali spese vorreste che fossero coperte dalla Carta dello Studente? Su questi e tanti altri temi, aspettiamo  di sapere cosa ne pensate!

Non sono in realtà tematiche nuove per le associazioni studentesche, infatti ci siamo già espressi più volte per esempio sul tema del diritto allo studio, chiedendo di sopperire al più presto alle disuguaglianze tra le regioni d’Italia, con un fondo perequativo nazionale che potesse garantire delle prestazioni minime adeguate alle esigenze delle studentesse e degli studenti. Abbiamo anche più volte espresso il parere delle msacchine e degli msacchini sull’esame di maturità chiedendo un peso maggiore al percorso di studi precedente all’esame e che la prova INVALSI non venisse utilizzata per valutare i singoli studenti. Queste e molte altre proposte sono riassunte, in un’ulteriore breve scheda a vostra disposizione sul sito.
Ma in vista dell’incontro con la Ministra ancora di più siamo desiderosi di sapere cosa ne pensate sui testi approvati in Consiglio dei Ministri. Quindi lasciateci pure qualche commento o inviateci le vostre impressioni, così che la prossima settimana al MIUR porteremo anche il vostro parere!

Nei prossimi giorni sapremmo darvi delle tempistiche più precise per gli incontri al Ministero e con le commissioni parlamentari, quindi stay tuned!Intanto per ogni suggerimento o chiarimento potete scrivere al nostro Andrea, delegato al MIUR, ( mail andreafacciolo3@gmail.com) e soprattutto potete lasciarci un commento!
W il Movimento!

 

Cos’è una “crisi di governo”?

*di Andrea Facciolo

Cosa succede quando si verifica una “crisi di governo”?

Ecco un elenco dei vari passaggi che il nostro Paese sta vivendo in questi giorni delicati.

Una lettura semplice, per capire meglio e magari correggere chi, senza rendersi conto, dice qualche inesattezza…

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BREXIT: Restare o non restare, questo è il problema…

Brevi considerazioni su “Brexit”
a cura di Monica Del Vecchio (Dottore di ricerca in Diritto Internazionale e dell’Unione Europea) 

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Cos’è
Brexit (Britain + Exit) è l’espressione con cui si definisce il possibile ritiro volontario del Regno Unito (Gran Bretagna e Irlanda del Nord) dall’Unione Europea. La questione è molto attuale, poiché il prossimo 23 giugno 2016 i cittadini britannici e nordirlandesi saranno chiamati a esprimersi in un referendum e a scegliere se continuare a rimanere nell’Unione, come vorrebbe il fronte del REMAIN, oppure lasciarla, come sostiene il fronte opposto del LEAVE.

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David Cameron

Il referendum del 23 giugno è stato promosso dall’attuale Premier David Cameron, leader del partito Conservatore (Tory), il quale ha fatto del Brexit un punto chiave dell’ultima campagna elettorale, che ha portato alla sua riconferma come Primo Ministro. Formalmente il referendum ha carattere consultivo, cioè non obbliga il Parlamento inglese ad adottare una legge che sia conforme al risultato elettorale; difficilmente, però, si potrà non tenere conto della volontà degli elettori, soprattutto se la maggioranza si dovesse esprimere per l’uscita dall’UE.

Il recesso dall’Unione Europea

I Trattati istitutivi dell’UE ammettono la possibilità che uno Stato membro decida di ritirarsi volontariamente dall’Unione Europea (art. 50 Trattato UE): tecnicamente si parla di “recesso”. Il recesso non può essere, ovviamente, immediato: è prevista infatti una fase transitoria, durante la quale si svolgono apposite trattative tra lo Stato e l’Unione.

La posizione “speciale” del Regno Unito.
Sin dalla sua adesione all’allora Comunità Economica Europea, avvenuta nel 1973 dopo un lungo negoziato, il Regno Unito ha mantenuto, in un certo senso, uno status particolare, che proviamo a riassumere schematicamente.

  • Il Paese non aderisce all’Euro: non è dunque vincolato alla politica monetaria determinata dalla Banca Centrale Europea, che invece vincola i 19 Stati membri della cosiddetta “Eurozona”.
  • Schengen. Il Regno Unito non ha aderito all’Accordo di Schengen, il trattato internazionale del 1985 che ha abolito le frontiere tra gli Stati firmatari e che nel 1999 è divenuto parte integrante del diritto UE. Regno Unito e Irlanda, dunque, mantengono i controlli.
  • Spazio di libertà, sicurezza e giustizia. Il Regno Unito ha chiesto e ottenuto una partecipazione parziale, attraverso un sistema di deroghe: ha facoltà di opt-in, cioè può scegliere di volta in volta se partecipare all’adozione di una norma in questo ambito, o di applicarla se già adottata; ha facoltà di opt-out, cioè può decidere di non partecipare all’applicazione di una norma già adottata.
  • Carta dei diritti fondamentali. Con il Trattato di Lisbona, la Carta è diventata giuridicamente vincolante per gli Stati membri dell’UE, al pari dei trattati. Tuttavia, un apposito protocollo voluto proprio da Regno Unito e Polonia ne chiarisce l’ambito di applicazione, limitando in un certo senso il controllo della Corte di giustizia dell’UE sulla conformità delle leggi dei due Paesi rispetto alla Carta.

Brexit image 53830895_sLe possibili conseguenze di Brexit.
Diciamolo subito: non è possibile prevedere fino in fondo le conseguenze dell’eventuale vittoria del fronte del leave, dal momento che, come abbiamo detto, il ritiro del Regno Unito dall’Unione Europea sarebbe preceduto da due anni di negoziati. Tutto, dunque, dipenderebbe dall’esito di queste trattative.

Tuttavia, tra i tanti scenari possibili, proviamo a formulare molto sinteticamente alcune considerazioni.

Le conseguenze economico-finanziarie. A riguardo, ci sono opinioni discordanti: nessuno sa davvero con certezza come reagiranno le borse e i mercati di fronte alla decisione del Regno Unito di ritirarsi dall’Unione. Le variabili in gioco sono tante e il loro andamento non è sempre prevedibile. C’è chi ipotizza un rallentamento della crescita economica in tutta l’UE, c’è chi afferma che il rallentamento riguarderà solo l’economia britannica che si troverà isolata. C’è chi intravede uno shock finanziario e un forte aumento dei prezzi (inflazione), c’è invece chi sostiene che la sterlina “assorbirà il colpo”, che arriverà a una sostanziale parità con l’euro – oggi una sterlina vale circa 1,30 euro – e che questa sarà da stimolo per le esportazioni.
Davanti a uno scenario così complesso, ci limitiamo a considerare alcuni dati di fatto. Al bilancio dell’Unione Europea verrebbe a mancare l’apporto della quota britannica, che dovrà essere dunque redistribuita tra gli altri Stati membri. Londra, però, non beneficerà più dei fondi europei e dell’accesso ai mercati degli altri Paesi UE, perdendo così opportunità commerciali e di investimento che allo stato attuale risultano essere determinanti per l’economia nazionale (il Regno Unito è un grande fornitore di servizi a tutti gli altri Paesi europei). In breve, Brexit significa perdere i benefici derivanti dalla partecipazione al mercato unico europeo.

Logo-7-1263x560Il mercato unico. L’uscita dall’UE comporterebbe l’automatico abbandono del mercato unico, cioè lo spazio interno all’UE in cui i fattori produttivi (merci, servizi, lavoratori e capitali) si “muovono” liberamente, senza barriere commerciali o restrizioni tecnico-giuridiche. A rigor di logica, quindi, una volta fuori dal mercato unico, alle merci inglesi tornerebbero ad applicarsi i dazi doganali (tasse che colpiscono le merci alla frontiera) e ai prestatori di servizi non si applicherebbe più la disciplina europea, che protegge da ogni discriminazione basata sulla nazionalità (principio della parità di trattamento). Verrebbero dunque meno le condizioni favorevoli di cui il Regno Unito, come tutti gli altri Membri dell’Unione, hanno beneficiato fino a ora.
Due strade eviterebbero questo “isolamento”. Il Regno Unito potrebbe tornare a far parte dell’Area Economica Europea, di cui fanno parte Islanda, Norvegia e Lichtenstein, oppure negoziare un accordo di libero scambio con l’Unione, come ha fatto la Svizzera (tutti e quattro i Paesi extra-UE sono membri, tra l’altro, dell’EFTA, l’Associazione europea di libero scambio, di cui ha fatto parte anche il Regno Unito, prima della sua adesione all’UE). E’ ragionevole ipotizzare che Londra scelga una di queste due strade e, contrariamente a quanto attualmente sostenuto dal Premier Cameron, eviti di rimanere fuori dal mercato unico.

tronger_In_Europe_campaign_office-large_trans++gsaO8O78rhmZrDxTlQBjdEbgHFEZVI1Pljic_pW9c90La mobilità dei lavoratori e degli studenti. Fra gli aspetti di Brexit che suscitano maggiore preoccupazione vi è la questione della mobilità dei lavoratori e degli studenti verso il Regno Unito, tra le mete privilegiate anche dagli italiani. Entrambe le categorie citate godono della libertà di circolazione e di soggiorno nell’UE: ogni cittadino europeo può viaggiare liberamente e può decidere di trasferirsi in un altro Stato membro dell’Unione per lavorare (o anche solo per cercare un lavoro), per studiare o, semplicemente, per … cambiare vita (ad alcune condizioni).
Il ritiro dall’UE comporta la perdita di questi benefici, sebbene, come detto più volte, non immediatamente. Ragionevolmente, il Regno Unito negozierà con l’Unione nuove regole di permanenza sul proprio territorio, soprattutto per i cittadini stranieri giù presenti e regolarmente stabiliti. Sarebbe opportuno, tuttavia, che le trattative del periodo transitorio fossero orientate anche a mantenere il mercato del lavoro inglese aperto e accessibile a tutti i lavoratori europei.
Sarà interessante capire cosa farà Londra rispetto a Erasmus+, il programma europeo che ha consentito a milioni di studenti di tutta Europa di svolgere un’esperienza di studio all’estero. Fuori dall’UE, senza il sostegno dei fondi Erasmus+, la mobilità studentesca verso il Regno Unito diventerebbe dal punto di vista economico più costosa e molto più complicata dal punto di vista burocratico. Anche in questo caso, tuttavia, il Paese potrebbe negoziare un accordo speciale, garantendo una qualche forma di contropartita.

101117085_Two-activists-with-the-EU-flag-and-Union-Jack-painted-on-their-faces-kiss-each-other-in-fr-largeOsservazioni finali. Al di là dell’eventuale “effetto domino” che potrebbe suscitare – c’è già chi parla di Nexit (Netherland + exit), cioè l’uscita dei Paesi Bassi dall’UE – Brexit segnerebbe davvero una svolta epocale.
Il Regno Unito abbandonerebbe il più evoluto tra tutti i progetti di integrazione fra Stati che la storia abbia conosciuto. Una realtà come l’Unione Europea ha indubbiamente i suoi costi, ma ha anche vantaggi economici, giuridici e sociali che non hanno mai avuto pari. Settant’anni in cui sono stati costruiti più diritti, più opportunità. Settant’anni in cui il tenore di vita generale dei cittadini europei è cresciuto.
Queste non sono opinioni, ma dati di fatto. Su cui speriamo che i cittadini del Regno Unito che giovedì andranno a votare possano riflettere. E riflettere bene.

 

 

 

Il ruolo degli studenti nella valutazione dei prof

*a cura della Task Force Rappresentanza del Msac

In questo anno scolastico, con l’attuazione della legge 107 del 2015 (la famosa “Buona scuola”), all’interno delle nostre scuole entra in gioco un nuovo organo collegiale: il Comitato per la valutazione dei docenti.

 

Il Comitato è composto da tre insegnanti (uno nominato dal Consiglio di Istituto e due dal collegio dei docenti); da uno studente e da un genitore (entrambi nominati dal Consiglio di Istituto); e da un componente esterno appartenente all’Ufficio scolastico regionale, oltre che naturalmente dal Dirigente scolastico (che presiede il Comitato).

 

Il Comitato ha l’onore e l’onere di stabilire con quali criteri il preside dovrà attribuire un premio ai docenti che si sono distinti all’interno della scuola. Ovvero:

  • il Comitato per la valutazione stabilisce dei criteri di valutazione dei prof.
  • il preside, in base a quei criteri, decide quali prof. premiare.

La decisione finale sui premi, insomma, spetta al preside. Nonostante ciò, il Comitato ha un ruolo molto importante, dovendo stabilire i criteri; esso ha altresì il compito di esprimere un parere riguardo al superamento del periodo di prova dei docenti neo-immessi; ma la componente studentesca non partecipa ai lavori del Comitato su questa tematica.

 

Per quanto riguarda la vera e propria valutazione dei docenti, comunque, gli studenti sono veri protagonisti e tali dobbiamo ritenerci! Si tratta di una responsabilità importante. Non solo perché, in base a questa valutazione, qualche prof. riceverà un premio (e dunque guadagnerà qualche soldino in più). È in gioco una domanda semplice ma fondamentale: quando un prof. si distingue, ed è abbastanza “bravo” da meritarsi un premio? Insomma, che cosa vuol dire essere un “bravo” insegnante?

 

Proponiamo alcune riflessioni, su cui ci piacerebbe discutere con tutti gli studenti e anche con i nostri insegnanti!

 

  1. Il lavoro di una classe non dipende da un solo insegnante, e non possono neanche esser presi in considerazione solo i risultati degli studenti (i nostri voti) per capire la qualità del processo educativo. Per questo crediamo che i risultati di una classe dovrebbe esser valutati in relazione al lavoro dell’intero consiglio di classe, ovvero la comunità dei docenti che vivono le loro giornate di fronte ma soprattutto in mezzo a ciascuno di noi studenti, cercando di donarci ciò che di più caro loro hanno, la loro conoscenza, senza chiederci niente in cambio, in completa gratuità.

 

  1. All’interno del Comitato per la valutazione dei docenti vi è uno studente nominato dal consiglio di istituto, incaricato a rappresentare i propri studenti. Questa espressione è di per se già un po’ contraddittoria perché non si può esser “nominati” o “incaricati” a “rappresentare” un gruppo di persone; ma per rappresentare è necessaria una azione democratica della parte rappresentata, in questo caso noi studenti!

Le elezione del rappresentante degli studenti al comitato per la valutazione ci sembra l’idea più giusta, l’idea sulla quale si deve basare ogni tipo di rappresentanza, e questo non solo per quanto riguarda la componente studentesca ma anche quella dei genitori e dei docenti.

  1. Per quanto riguarda i criteri da tenere in considerazione per la valutazione dei docenti, la legge 107 del 2015 definisce alcuni parametri generali, ma non è molto chiara su come effettivamente e realmente valutare i docenti. Nelle indicazioni fornite sono segnalate:

 

  1. a) la qualità dell’insegnamento;
  2. b) il contributo per il miglioramento dell’istituzione scolastica;
  3. c) il successo formativo e scolastico degli studenti;
  4. d) i risultati ottenuti dal docente in relazione al potenziamento delle tecnologie e metodologie,
  5. e) la collaborazione alla ricerca didattica, alla documentazione e alla diffusione di buone pratiche didattiche;
  6. f) le responsabilità assunte nel coordinamento organizzativo e didattico e nella formazione del personale

 

In virtù della partecipazione studentesca viene chiaro pensare che una delle cose migliori da fare sia chiedere un parere agli studenti che quotidianamente vivono, ascoltano e seguono i loro docenti e che conosco alla fine il valore di ogni docente. L’idea di un questionario consultivo sui docenti completamente anonimo da far compilare ai ragazzi può esser un importante modo e strumento che il Comitato può utilizzare riguardo a diversi ambiti: la didattica, la relazione docente–studente, l’interesse nel discutere di attualità e anche altri parametri che crediamo siano fondamentali per la valutazione di un docente e che è importante non sottovalutare.

 

In conclusione, un’ultima considerazione. Con la legge 107, la valutazione nella scuola non è più solo univoca, ma è diventata biunivoca: è certamente un inizio e c’è molto su cui possiamo migliorare ma abbiamo il diritto e il dovere di non sottovalutare questa nuova realtà, volta a creare processi che possano portare a un miglioramento della nostra scuola, affinché ciascun abitante di questa realtà possa prendere a cuore ogni persona che ci è vicino e partecipare alla sua vita avendo uno scambio reciproco in piena gratuità e con la piena voglia di donarsi e di crescere insieme.

 

Ricapitolando quando detto le nostre proposte riguardanti il comitato di valutazione per docenti sono le seguenti:

 

  • preferire una valutazione di gruppo dei docenti, piuttosto che una valutazione del singolo;

 

  • far sì che i rappresentanti delle componenti scolastiche siano frutto di azioni democratiche come il voto

 

  • promuovere questionari anonimi compilati dagli studenti, che possano esser utilizzati dal Comitato per la valutazione come strumenti.

 

Non è un gioco da ragazzi

Perché contrastare la cultura dell’azzardo

*Di Margherita Pirazzini, membro dell’equipe MSAC della diocesi di Imola

Prima di leggere queste righe, voglio che tu faccia un piccolo sforzo: richiama alla mente la tua città e immagina di passeggiare per il centro storico. A te la scelta se fischiettare o meno. Da bravo e onesto cittadino guardati intorno, presta attenzione ai dettagli, fai scivolare gli occhi su quei negozi, su quelle vetrine, su quei monumenti così familiari da essertene quasi dimenticato. Prova a sentire il legame affettivo che ti lega a quei luoghi che ti hanno visto crescere e chiediti se ti senti coinvolto nel destino della tua città. Mentre pensi a cosa puoi fare per il tuo paese, fermati a leggere le locandine dei quotidiani locali esposte fuori dalla solita tabaccheria. Il bravo cittadino, quello che fischietta mentre passeggia e che raccoglie la bottiglia di plastica caduta a un bambino un po’ distratto, quel cittadino che ora ha la tua faccia, conosce e ama la propria città. Avrà notato sicuramente, quindi, che spesso tra le notizie locali e gli annunci sulle pareti dei bar spicca la frase “gioca la schedina e vince 3 miliardi di euro”: quale onore per il locale e per l’intera città aver ospitato una tanto copiosa e meritata vittoria! Indiscutibile motivo di vanto, da accompagnare rigorosamente all’intervista del fortunato. Dimentica per un attimo l’invidia per la vincita o l’indifferenza verso questo fatto, fermati prima di tentare la sorte a tua volta: ti sei mai chiesto dopo quanti tentativi il fortunato signore ha ottenuto la vittoria? Quanti soldi ha speso? Magari lo ha dichiarato nell’intervista. Chissà se nell’articolo troverai scritto anche quanti milioni di persone giocano d’azzardo in Italia ogni giorno senza vincere un euro. Chissà se troverai questo dato – il numero delle persone affette da dipendenza patologica – e non il valore della cifra che hanno giocato. Ci dimentichiamo in fretta che il gioco d’azzardo non è solo una questione di numeri o di fortuna; di fronte alle slot machines, al gratta e vinci, alle scommesse ci sono uomini e donne che perdono ogni giorno non un gioco ma, lentamente, la propria vita. Può essere definito tale un gioco che non diverte e non unisce? Un gioco che non ha un vero spazio per la persona e le sue abilità, anzi ne sfrutta le debolezze. Il guadagno statale dal gioco d’azzardo non compensa il danno (e il costo) umano e sociale alla persona. Allora ci si deve chiedere: cosa posso fare io? Per prima cosa posso prediligere gli esercizi commerciali che non incentivano nessuna forma d’azzardo e sostenerli nella loro scelta etica e sconveniente. In linea con questi propositi sabato 30 aprile eravamo in piazza Matteotti a Imola, in veste di msacchini e soprattutto di cittadini, alla campagna Slotmob insieme al suo economista Luigino Bruni per fare festa e riscoprire e promuovere il gioco come bene relazionale. Tantissime associazioni imolesi – Libera, Officina Immagina, Movimento Focolari, Agesci, Azione Cattolica, Acli, CSI… – hanno sostenuto l’iniziativa che si colloca in un progetto contro il gioco d’azzardo di Caritas, Sert e Comune di Imola il cui primo promotore è stato il gruppo dei Giocatori Anonimi. Lo Slot Mob si ripeterà in diverse città d’Italia per “premiare le virtù civili e soprattutto fare cultura e opinione”; uno degli obiettivi della mobilitazione è “richiedere una legge che limiti e regolamenti seriamente il gioco d’azzardo nell’interesse non delle lobby ma dei cittadini, soprattutto i più vulnerabili. Ci si sta attivando inoltre per mappare le città e stilare un elenco di esercizi commerciali che sono già slot-free e di quelli che lo vorrebbero diventare”. Scegliere in quale bar fare colazione o prendere un aperitivo spetta a voi: fate il vostro gioco!

Il PTOF degli studenti

(con i contributi di Michele, Elena, Marta, Antonio e Federico referenti legislativi MSAC delle diocesi di Pavia, Imola, Lodi, Aversa e Rimini)

Qualche spunto e qualche idea per provare a proporre alla propria scuola idee e progetti per il Piano Triennale dell’Offerta Formativa!

Tematica Qualche spunto per riflettere Cosa proporresti nella tua scuola?
Alternanza scuola / lavoro Secondo te, la tua scuola con quali enti dovrebbe realizzare le attività di alternanza scuola-lavoro?

–       Enti pubblici

–       Aziende

–       Associazioni di volontariato

–       Attività artigianali

–       Società sportive

–       Altro:_____________

 

In quale periodo ritieni che sia più opportuno realizzare l’alternanza scuola-lavoro?

–       Dopo l’orario delle lezioni

–       Nel fine settimana

–       Durante le vacanze estive nel mese di giugno

–       Altro:__________

 
Orientamento in entrata e in uscita Orientamento in uscita

Diverse scuole organizzano un progetto articolato in una serie di incontri tra la fine della quarta e i primi mesi della quinta sull’orientamento universitario/lavorativo (a seconda delle tipologie di scuole) durante l’orario curricolare. Gli incontri possono coinvolgere sia un primo discorso sulla scelta/il proprio futuro sia, e soprattutto (?), open day, incontri con studenti frequentanti e chi ha già concluso, docenti.

 

Orientamento in entrata

Si possono individuare nella scuola alcuni studenti (meglio se provenienti da scuole medie diverse) che si occupino in modo particolare dell’orientamento per le terze medie. Questo significa curare i volantini/dépliant/presentazioni on line della scuola insieme agli insegnanti incaricati, girare le scuole medie negli open day, pensare a modi creativi, originali e interessanti per presentare al meglio la propria scuola nella proprie giornate aperte. Possono anche dare i loro contatti in modo da essere reperibili a chi avesse domande, interessi o bisogno di consigli.

 
Attività degli studenti a scuola e delle associazioni studentesche Un’attività extracurricolare è quella dei pomeriggi studio a scuola.

Si potrebbero, ad esempio, organizzare periodicamente delle giornate in cui si rimane a scuola anche di pomeriggio con la possibilità di aiutare e/o essere aiutati in qualche materia dagli altri ragazzi. In questo modo i ragazzi sperimenterebbero la peer-education, ovvero l’educazione tra pari, che rende partecipi in prima persona gli studenti. Per l’organizzazione si potrebbe programmare un foglio su excel, in cui si segnano le disponibilità ad insegnare (con la possibilità di ricevere crediti).

NB: Il MSAC e le altre associazioni studentesche riconosciute dal Ministero dell’Istruzione possono, come loro diritto, chiedere alle scuole di organizzare attività e iniziative negli ambienti scolastici al di fuori dell’orario delle lezioni.
Attività extracurricolari Proporre l’organizzazione di un corso di primo soccorso

Sono molto utili per imparare le tecniche fondamentali del primo soccorso da prestare in caso di situazioni di emergenza. Inoltre si insegna a prevenire eventuali situazioni di rischio infortuni. In genere le lezioni si suddividono in una parte teorica e una parte pratica, per sperimentare i metodi giusti da attuare per aiutare una persona in difficoltà. Il corso può essere svolto dai volontari della Croce Rossa Italiana.

 

Educazione Fisica

A completamento e integrazione dell’attività didattica di Educazione Fisica, può essere chiesto ai docenti di organizzare annualmente, parte in orario scolastico e parte in orario extrascolastico, tornei interni di giochi di squadra e gare di atletica, che a fine anno si concludono con un confronto fra le diverse sezioni dell’Istituto.

 

 
Valorizzazione del merito  

Come può il PTOF valorizzare il merito degli studenti?

 

–       Mediante borse di studio assegnate agli studenti con la media più alta

–       Finanziamento di una vacanza studio presso un altro paese europeo, per gli studenti più meritevoli

–       Mediante maggiori crediti formativi

–       Altro:_____________________

 

La riforma della Buona Scuola ha istituito un fondo per assegnare bonus di merito agli insegnanti. I bonus vengono assegnati dal DS sulla base dei criteri stabiliti dal comitato di valutazione formato da: due docenti, un rappresentante dei genitori e uno degli studenti. Secondo te di quali criteri deve tenere conto la valutazione dei docenti?

–       risultati degli studenti negli esami di stato

–       Sistemazione occupazionale degli studenti diplomati

–       In base al numero dei progetti realizzati (es. Potenziamento, uscite didattiche, insegnamenti opzionali)

–       a seconda del contributo al miglioramento complessivo della scuola

–       In base al’innovativita didattica delle lezioni

 

 

 

 

La “buona scuola” è legge. Che cosa c’è, che cosa manca?

Il 9 luglio, la Camera dei Deputati ha approvato la “buona scuola”. Che cosa comprende il provvedimento che dall’anno prossimo cambierà alcuni aspetti nella vita delle nostre scuole? Il nostro delegato al MIUR, Andrea, ce lo spiega con un grafico…
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…e qualche parola di spiegazione.

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Che ne pensa il Msac della riforma? Il nostro segretario, Gioele, ne ha parlato con il quotidiano Avvenire:

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Secondo noi, insomma, si poteva fare di più, e lo abbiamo sostenuto durante tutto il percorso di discussione. Quel che è certo è che ora si apre una nuova fase: la “buona scuola” dovrà essere attuata, dentro le scuole, e per questo saranno protagonisti gli studenti, gli insegnanti, i genitori, i dirigenti scolastici.

Referendum in Grecia: scenari di cambiamento per l’Europa

di Giovanni Mugnaini (Incaricato regionale MSAC Toscana)

“Descrivi i risvolti politici ed economici del referendum greco del 5 Luglio 2015”. Una domanda di un professore di storia alla quale gli studenti dovranno rispondere, in un futuro non molto lontano. Storia, sì, perché quanto accaduto ieri in Grecia e, soprattutto, le reazioni che ci saranno nei prossimi giorni, finiranno presto sui libri scolastici.

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Dal 1992 a oggi molti sono stati i referendum sull’Unione Europea e sull’Euro, alcuni con risultati ‘pesanti’ (per esempio, il 28 Settembre 2000, il popolo danese votò “no” alla moneta unica). Ma il referendum tenutosi ieri in Grecia assume un’importanza particolare. Alla popolazione greca era chiesto se volesse accettare o meno l’accordo proposto dai creditori (ovvero chi ha fornito prestiti alla Grecia durante la crisi: la Banca Centrale Europea, l’Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale): in pratica, un piano concordato di tagli e riforme per poter accedere a nuovi prestiti. Ha trionfato il “no” con circa il 61% dei voti, respingendo le proposte giudicate figlie delle politiche di “austerità”, ovvero di riduzione e stabilizzazione delle spese dei Paesi membri, da parte dell’Unione Europea. Un risultato che apre scenari nuovi, “inediti”, come ha detto il nostro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che non ha mancato di richiamare a un senso di responsabilità comune per cercare di trovare un accordo. Questo percorso inesplorato che da ieri sera la Grecia, come tutta l’Ue, ha intrapreso rischia di diventare come l’approdo dell’ultimo viaggio di Ulisse (anche lui greco, un caso?), che Dante narra nel canto 26esimo dell’Inferno: un naufragio.

Ma la Grecia, culla della civiltà occidentale, con la vittoria del “no” potrebbe dare origine alla rinascita di un’Europa migliore. La politica di austerity sostenuta dalla Ue (e soprattutto dalla Germania) deve essere soggetta a un cambiamento, e deve essere rivista anche la politica europea. Al tavolo delle trattative della Ue si parlerà certamente di come gestire e, soprattutto, se dare degli aiuti economici alla Grecia e quindi rivedere la politica economica del Vecchio Continente. Ma si discuterà soprattutto se tenere la Grecia nell’Unione oppure no. Prima del referendum questo era un argomento “tabù”. Da oggi, contenti o no, c’è il dovere di prendere in considerazione quest’opportunità. Il pericolo esiste ed è più vivo che mai anche se Tsipras in primis ha più volte affermato che il “no” non equivale a una richiesta di uscire dalla Ue.

Parlamento-Europeo

L’Unione si trova con le spalle al muro: dare aiuti alla Grecia o cacciarla? Entrambe le soluzioni hanno degli aspetti negativi. Primo perché espellere la Grecia danneggerebbe tutta l’Unione rischiando di farla fallire. Secondo perché la Russia sta agendo da “spettatore interessato”, con Putin che ha già strizzato l’occhio alla Grecia, offrendole solidarietà e il coinvolgimento di Atene nella costruzione di un tratto del gasdotto Turkish Stream in territorio greco. Uno stretto legame russo-ellenico è un rischio da non sottovalutare.

Dall’altra parte anche Tsipras e il suo governo si trovano con le spalle al muro: l’astuta mossa politica del referendum probabilmente l’ha reso più forte in Grecia e in Ue, perché facendo decidere al popolo ha giustificato le sue azioni dando la parola alla democrazia. Ora però si trova davanti a un bivio: con la vittoria ha preso il coltello dalla parte del manico, ma la punta è rivolta verso la stessa Grecia, come una nuova spada di Damocle. Le sue promesse (alcune quasi impossibili, come quella di riaprire le banche oggi, sostenuta anche da Varoufakis, il suo ormai ex Ministro delle Finanze) adesso le deve realizzare. E se è vero che parte del popolo greco si lamenta del fatto che Tsipras non abbia rispettato gran parte delle promesse fatte, ora non può più sbagliare, pena il fallimento del governo e, quel che è peggio, dello Stato.

Il primo ministro greco, Alexis Tsipras

Il primo ministro greco, Alexis Tsipras

La speranza cui dobbiamo aggrapparci è che si possano aprire delle vere trattative (le dimissioni di Varoufakis, da sempre l’uomo più deciso del governo Tsipras potrebbero facilitarle) per cercare di trovare un accordo tra l’Unione europea e la Grecia e che non ci sia un “muro contro muro”, che le parole a caldo di ieri sera del Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble presagiscono.

Dobbiamo augurarci che ciò non accada anche perché l’Italia, come la Francia, non è immune dalla crisi che si verrebbe a creare con l’uscita della Grecia. Un mancato accordo sarebbe una vittoria dei nazionalismi. Potrebbero rafforzarsi fronti intransigenti e spesso demagogici che spingerebbero per un’uscita dall’Euro, senza valutarne le effettive conseguenze.